Infestazioni | Racconto di una luna

Ci sono luoghi, ed esseri, che ci permettono di sconfinare in altri mondi. Oppure la soglia è già stata attraversata da tempo, e riordinare il filo immaginativo che ci ha condotto fin lì è un’operazione che non possiamo più permetterci. Questo è ciò che accade in Racconto di una luna di Hirano Keiichirō (Lindau) che rientra nella prima fase dell’autore, quella definita romantica. Eppure già qui si colgono alcune caratteristiche della narrativa di Keiichirō, tra cui quel famoso concetto di dividuo, presente nell’altro romanzo tradotto in italiano (sempre edito da Lindau) Dopo lo spettacolo. Incontrarsi, relazionarsi, significa frammentare la propria personalità, decostruirla (qui la mia recensione al romanzo).

In Racconto di una luna il protagonista inizia un percorso che lo condurrà a essere sempre più invischiato in un’enorme e complessa ragnatela onirica.
Ihara Masaki, un giovane poeta dai nervi poco stabili ma dalle idee artistiche molto chiare, parte per un pellegrinaggio durante un giorno d’estate: l’anno è il 1897. Dopo una serie di misteriosi incontri e coincidenze si perde nei boschi situati sulle montagne di Kumano e dopo aver perso i sensi a causa di un confuso attacco da parte di un animale si ritrova ospite in un tempio dove un monaco si prende cura di lui.

«Sarà meglio che riposi così ancora per un po’. In questi recessi montani non v’è molto che io possa offrirle, ma avevo preparato del porridge di riso, prevedendo che potesse svegliarsi stanotte. Tornerò tra poco con il vassoio: mi aspetti».
Poi uscì dalla stanza e Masaki restò in silenzio ad ascoltare i suoi passi allontanarsi. La notte era sorprendentemente quieta.

“Che non sia piuttosto questo momento, invece, il prosieguo di un sogno dal quale non mi sia ancora svegliato?””

Per Masaki, dotato di quella che lui stesso chiama passione, un sentimento che ha a che fare con il suo ardore per la realtà, il suo bisogno di sentire e percepire, fin dall’inizio questo luogo sperduto sui monti, la presenza a tratti evanescente del vecchio monaco, sembra intessuto di sogno.
Solo che poi nel sogno compare un altro sogno, in un perverso e sottile gioco di scatole cinesi. Masaki comincia a essere tormentato dalla figura di una donna bellissima, che sembra chiamarlo a sé.
Inizia così un conflitto tra l’interno e l’esterno, tra il nuovo e il cambiamento che Masaki tanto brama e quel mondo stagnante, fisso, placido e sognante che lentamente si sovrappone sulla sua precedente personalità.

Nei viaggi precedenti, perlomeno, non aveva mai provato un’angoscia del genere: di fatto, quando tornava dalle sue peregrinazioni, già il giorno successivo riprendeva senza alcun problema la vita di prima.
Ma ora nutriva forti dubbi in proposito. Si chiedeva persino se una cosa del genere fosse mai stata possibile.”

Il luogo che lo circonda consuma ogni certezza e quando il monaco lo invita a non avvicinarsi a una misteriosa capanna la natura, il tempo e lo spazio cominciano a convergere in quella direzione. È evidente che c’è una stortura nel luogo in cui Masaki si trova, ma questa energia sta cominciando ad accoglierlo, a cullarlo. C’è un legame tra quella realtà pastosa, la donna del sogno, e la donna malata che il monaco gli dice essere rinchiusa nel luogo a lui vietato. È un nesso contorto, qualcosa che se dapprima appare enormemente fuori posto, lentamente comincia ad apparire come amichevole, una forza cullante che intrattiene con Masaki una relazione molto forte.

C’è, insomma, in Racconto di una luna, un’enorme componente weird.
Il primo riferimento che viene in mente proseguendo con la storia (e a questo punto vi avverto, potrebbero esserci degli spoiler), è la pellicola di Kenji Mizoguchi I racconti della pallida luna d’agosto (Ugetsu Monogatari) del 1953. L’opera, una delle più note del regista, tesse insieme alcune storie tratte dalla raccolta Racconti di pioggia e di luna, opera del 1768 di Ueda Akinari (edita in Italia da Marsilio), autore e filologo che ha sempre unito leggende e folklore a storie di vita quotidiana e fatti di cronaca. Una di queste storie, La passione del serpente, contiene uno dei temi classici del folklore giapponese ovvero l’iruikon, il matrimonio interspecie.
Anche per il protagonista del racconto avviene un misterioso incontro, in questo caso direttamente con la bellissima donna (che a Masaki invece viene tenuta nascosta) e la sua cameriera. Dopo essersi legato ad essa scopre che entrambe non sono umane ma demoni, in particolare, alla fine del racconto, riveleranno il proprio aspetto reale, quello di serpenti.

Sia nel racconto di Ikenari, ma soprattutto nella pellicola di Mizoguchi, è evidente il dissidio interiore che questa presenza soprannaturale crea nei personaggi, ed è ben chiaro anche quanto il loro aspetto sembri reale. Non ci sono ombre, ma consistenza. “Il tuo amore non è diverso da quello degli esseri umani”, dice il protagonista del racconto e anche il personaggio di Mizoguchi si strugge di fronte alla rivelazione. Eppure entrambi decidono di sbarazzarsi della creatura.

Di compagni e compagne bestiali, demoniache o fantasmatiche, seguendo appunto il tema dell’iruikon, se ne trovano quante necessarie e in ogni periodo storico. A partire dalla più classica mitologia, come la storia della donna che non sa di essere sposata a un topo (Nezumi no sōshi) o la nota Storia di un tagliabambù, al romanzo Kecho del 1897 di Izumi Kyōka (dove è il ragazzo protagonista a rivelare i propri natali soprannaturali) al suo utilizzo in manga e anime. Il tema è ben noto anche in Occidente anche se qui manca della forte componente animista presente nella sua controparte orientale.

Quello che Keiichirō racconta segue questa traccia ma da un punto di vista differente. Masaki scoprirà che la donna che ama non è del tutto umana, ma è nata da un rapporto tra una donna del villaggio e una misteriosa creatura serpentina dei boschi (in questo rimanda di nuovo a un’altra storia ben nota del folklore ovvero quella contenuta nell’antico Nihon shoki, in cui una principessa viene visitata da un uomo misterioso che è in realtà proprio un serpente).
Eppure, la faccenda è più complicata del previsto. Cosa succede a chi è rimasto? Cosa deve sopportare questa donna costretta a rimanere isolata, e che tipo di legame può intrattenere lei stessa con un umano? Il mondo stesso che la circonda muta e soffre insieme a lei, diventa vivido e vitale. Diventa, a suo modo, reale.

“Perché, se la montagna negava la realtà in ogni singolo evento, qualsiasi cosa accadesse già non era un mistero. Per accettare numerosi misteri, bastava credere ad un solo grande mistero. Non richiedeva che un minimo sforzo: le uniche alternative erano credere o non credere. E Masaki aveva deciso di credere.”

Nel romanzo di Keiichirō dobbiamo domandarci quale altro finale possibile possa esistere per chi sceglie di intrattenere una relazione di questo tipo. Alla fine, cosa resta o chi resta, è una questione secondaria: è tutto ciò che si è creato che può mantenere una sua tessitura in quel reale ormai spazzato, qualsiasi storia abbiamo scelto di accettare, di certo, può esistere.


| Racconto di una luna, Hirano Keiichirō (traduzione di Laura Testaverde), 158 pagine, Lindau
Acquista sul sito dell’editore


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