Infestazioni | Buio, intervista ad Anna Kańtoch

Buio, romanzo dell’autrice polacca Anna Kańtoch pubblicato da Carbonio Editore è una storia densa fatta di piani temporali che vanno a stratificarsi e segreti tramandati in coscienze diverse.
Kańtoch è autrice di dodici romanzi che spaziano tra thriller, science fiction e weird. Buio È un romanzo che continua a generare domande e a ingannare chi sceglie di avventurarsi nella cittadina Buio, insieme alla protagonista o all’attrice Jadwiga Rathe.
Quello che più mi preme sottolineare è che Kańtoch ha incastrato in poco meno di duecento pagine, questioni riguardo l’identità, la sessualità, giochi temporali insieme a insidiose meccaniche weird.
Qui un’intervista avvenuta lo scorso febbraio:

Buio sembra iniziare come una storia di mistero, con una donna confusa riguardo il suo passato (e riguardo anche il presente) che a me ha ricordato alcune protagoniste delle pellicole di Hitchcock. Appena compare il fratello della protagonista però il romanzo prende pieghe inaspettate e una sensazione di weirdness prende il sopravvento: era una sua intenzione? Come è nato, insomma, Buio?

Penso che Buio abbia un po’ di entrambe le cose. Certamente all’inizio volevo che il libro avesse un substrato giallo, da lettrice amo molto leggerli e spesso costruisco le mie storie attraverso il prisma di un enigma. Ero anche certa dall’inizio che sarebbe stato un enigma atipico, legato non tanto a un delitto quanto all’essenza stessa del mondo. Solo che quando ho iniziato credevo che avrei scritto un romanzo fantastico piuttosto convenzionale. Solo più tardi, quando l’elemento weird è apparso con una tale intensità, ho capito che sarebbe stato più un libro a cavallo tra vari generi.

Non solo i piani temporali sembrano sovrapporsi e incrinarsi a vicenda, ma anche i ricordi, ovviamente, e la mente della protagonista che si avvolge come una spirale: quanto gli elementi psicologici del romanzo hanno contribuito ad approfondire il mondo strano e criptico di Buio? Sono due elementi che sembrano influenzarsi a vicenda, è così?
Eppure, almeno a me, è sembrato che alla fine più che le rigide categorie della psicanalisi o la possibile follia siano la forza dell’impossibile e i misteri inconoscibili a condurre le redini del gioco. Può essere possibile?


Moltissimi lettori cercano una spiegazione della alterità di questo romanzo nella psiche della protagonista e nei suoi turbamenti. Questo a patto che prendiamo per buona l’idea che la protagonista è davvero una persona con problemi psichici. Sia chiaro, non ho nulla contro questa interpretazione della storia, ma non nascondo che le preferisco quella in cui il mondo e la protagonista si influenzano a vicenda.


Per tutto il romanzo si è spinti a chiederci quale sia stato il trauma che ha lasciato sprofondare la protagonista in un universo così perturbante; la difficoltà nell’accettazione della propria sessualità è uno di quegli elementi che sembra fornire la risposta all’enigma. Questo è un altro livello di lettura molto importante che si affronta in Buio: questo voler superare i limiti che la protagonista stessa si è imposta è un altro ostacolo che grava sulla sua psiche e si riflette sulla cittadina omonima?

In un certo senso torniamo al tema precedente: riteniamo la protagonista credibile e affidabile oppure no? Crediamo che tutte quelle barriere esistano solo nella sua mente o anche nella realtà. Preferirei evitare di spiegare tutto e, in questo modo, imporre la mia visione ai lettori. Ci tengo molto al fatto che Buio sia un libro aperto alle interpretazioni più disparate. Quindi mi limito a dire che, nelle mie intenzioni, tutti i problemi e le stranezze del romanzo vengono dalla peculiare personalità della protagonista come anche dalla specificità del mondo in cui vive.

Ricollegandomi alla domanda precedente: l’identità in generale è una questione molto dolorosa e una tragedia che sembra poter generare infiniti scenari impossibili. Quanto la narrativa fantastica (weird, science fiction) può aiutare autori e autrici ad affrontare temi così complessi e dolorosi?

Autori e autrici ma anche lettori e lettrici, direi. Nella cultura di massa è molto popolare la teoria per cui la scoperta dei poteri magici di un protagonista in fase di sviluppo è una metafora della crescita. Penso che possa funzionare in modo simile anche per i lettori più adulti, l’alterità presente nella letteratura fantastica può aiutare a fare i conti con l’alterità nel mondo reale.

Il finale, che svela ciò che è accaduto davvero a Buio, è molto straniante perché la “maledizione” che grava sul luogo sembra fino a quel momento dipendere soltanto dal collegamento tra la protagonista e Jadwiga Rathe. Come ha scelto di inserire questo nuovo elemento weird in un già terribile loop temporale?

Ammetto di essermi chiesta a lungo se aggiungere l’ennesimo mistero a un passo dalla fine fosse la cosa giusta da fare. Era tuttavia importante per me sottolineare il fatto che in questo libro l’enigma principale non si trovasse nella morte di Jadwiga o nell’infanzia della protagonista, ma nell’essenza stessa del loro mondo. In quello che lo rende così vistosamente atipico. Il finale, del resto, è forse l’elemento più genuinamente fantastico di tutto il romanzo. Fino a quel momento, Buio poteva benissimo risultare nell’ambito della letteratura mainstream come racconto dei turbamenti interiori di una persona con problemi psichici, che vede la realtà in un modo molto particolare. Come ho detto prima, non ho nulla contro questa lettura del romanzo, ma volevo anche lasciare la porta socchiusa a chi avrebbero preferito un’interpretazione più nello spirito fantastico in senso stretto.


| Buio, Anna Kańtoch (traduzione di Francesco Annicchiarico), 192 pagine, Carbonio Editore
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