Ada brucia

Ada brucia. Storia di un amore minuscolo, romanzo d’esordio di Anja Trevisan (effequ, 2020), risponde all’esigenza di raccontare quello che sta nascosto e che si tenta a tutti i costi di non portare alla luce. Eppure Trevisan lo fa e ci riesce molto bene; in trecento pagine non c’è un secondo in cui al lettore viene risparmiato un brivido causato dall’attesa, dall’angoscia e dallo spaesamento che si prova nel leggere la storia di Ada, che cresce di fronte ai nostri occhi, mentre il suo rapitore Rino sembra restare sempre uguale.

Ada brucia infatti è la storia di una coppia, quella formata da Ada, nata Beatrice ma così rinominata da Rino, che la rapisce durante una festa rionale quando ha solo nove mesi. Rino è un ragazzo venticinquenne che vive isolato in mezzo ai boschi alla periferia di un paesino le cui caratteristiche oscillano tra il classico luogo di provincia e un posto di frontiera in una fiaba.
Di Rino sappiamo fin da subito due cose: ha preso sulle spalle la vecchia professione del nonno scomparso, l’orologiaio, e ha un debole per le bambine.
Appena incontra Ada capisce che non può resistere questa volta, che dovrà prenderla con sé.
Così, in pagine piene d’ansia e timore, tanto che il lettore crede che Rino davvero forse non ci riuscirà e dovrà vedersi costretto ad abbandonare il suo piano, Ada viene rapita e inizia la sua seconda vita, per lei in realtà la prima, perché tutto ciò che conoscerà da quel momento sarà la casa di Rino, la vita con lui, chiusa in una bolla.

Ada passa tredici anni con Rino, che crea un ambiente sicuro, solido e a prova di fuga. Convince Ada che non può uscire: il mondo là fuori sta andando a fuoco e se non si hanno le scarpe adatte non si può uscire. I piedi di Ada saranno sempre, ovviamente, troppo piccoli per qualsiasi tipo di calzatura.
La parte centrale del romanzo è costituita dai riti e dalle abitudini dei due, dal crescere di Ada, che adora Rino che fa tutto per lei, la adora e la tratta come se fosse la sua compagna, che trema quando la sfiora. Ma sopratutto il bisogno di creare un guscio, un nòcciolo duro e protetto, l’ecosistema gestibile e perfettamente funzionante, in cui loro due possono amarsi; se uno cerca l’altro potrà trovarlo infatti quando la lancetta dell’orologio punta sul simbolo dell’albero Ada sa che Rino a breve sarà di nuovo da lei, lui così coraggioso da sfidare il mondo che brucia, capace di affrontare gli altri, quasi tutti crudeli.

Credere e creare sono le due parole che tessono il dramma di Ada e Rino, il loro mondo perfetto che attende l’esplosione, malgrado nessuno dei due, Rino per scelta, Ada perché ignara, riesca davvero a considerarlo un mondo impossibile o sull’orlo del precipizio.

«I bruchi non bruciano. Sono forti. Io voglio essere un bruco così posso stare fuori tutto il tempo senza farmi male. Una volta ce n’era uno sulla finestra, io ho provato a non farlo scivolare perché avevo paura che poi moriva, ma lui è andato lo stesso. E sai che cosa ha fatto?»
Rino fa di no con la testa e con il resto del corpo rimane completamente immobile, come ipnotizzato dagli occhi di Ada.
«Non è morto».

Nel momento in cui avviene la reclusione Rino crea letteralmente un mondo nuovo, con regole, orari, funzioni precise. È una creazione a cui il lettore non può sfuggire e sì, avviene un certo spaesamento, ma questo mondo altro alla fine non è niente in confronto alla logica, al tempo che realmente passa. Il lettore sa che il mondo là fuori non sta davvero bruciando, eppure come Ada resta ipnotizzato dalla voce di Rino ed è solo quando lui stesso lo farà notare che ci si rende conto che mentre Ada sta crescendo lui sta invecchiando; eppure Rino sembra sempre Rino, cristallizzato per sempre in quel secondo in cui ha scelto di portare Ada con sé. Qui sta lo spaesamento e il crollo.
Oltretutto di lui sappiamo ben poco; perché è cresciuto con suo nonno? Cosa ha fatto prima che arrivasse Ada? Rino è davvero una delle lancette dell’orologio, pronta a tornare sempre al punto di partenza, un essere umano che avrebbe bisogno di aiuto e sostegno, ma nessuno vuole parlarne, avvicinarsi neanche da lontano o mai cercare di capire, così Rino torna sempre a essere Rino.
Inoltre la reclusione e il monopolio che lui esercita si elevano alla massima potenza; la semplicità delle scelte di Rino, la facilità con cui lentamente arriva ad avere rapporti completi con Ada, sono dovuti a un mondo ridotto all’osso, Ada non può nemmeno pensare di chiedere aiuto, il lettore, esso stesso nella bolla, legge con gli occhi e le parole di Rino. Così non c’è romanticismo ma nemmeno morbosità.

Inoltre, essendo creatore, Rino sa tutto e ciò che non conosce continua a crearlo (come il padre di Dogtooth di Yorgos Lanthimos, che non a caso Anja Trevisan ha citato nelle sue fonti di ispirazione); per Ada è coraggioso, è una certezza. Così quando lei sarà adolescente la tipica ribellione adolescenziale ne uscirà ancora più stravolta: Ada crede solo in Rino. Possono venirle dei dubbi certo, ma si torna ancora una volta al punto di partenza e al bisogno di avere un supporto.
Anche le parole assumono significati diversi e gli oggetti funzioni speciali; l’orologio appunto, i fili d’erba del mondo che va a fuoco e quindi le scarpe, gli estranei.

Per questo quando l’equilibrio comincia a vacillare, e con un perfetto foreshadowing si insinua lo spettro della fiaba (l’apparizione di chi romperà “l’incantesimo”) e tutte le certezze cominciano a cadere; il mondo di Ada si rivela confuso mentre viene smantellato pezzo dopo pezzo da un ragazzo sconosciuto.

Nell’ultima parte del romanzo, quando Ada e Rino sono stati separati, sarà infine evidente come un qualsiasi sistema di credenze, un mondo altro di qualsiasi tipo che può apparire perfettamente funzionante, non potrà mai essere scevro dal concetto di giusto e sbagliato, bene o male.
E questo non perché il mondo di Ada è ormai distrutto perché era fasullo e scorretto, ma perché ai suoi occhi la bugia più grande le è stata raccontata proprio da chi l’ha portata via da Rino, dicendole che forse sarebbe potuta tornare.
È questo il tormento che Anja Trevisan è riuscita a ideare, con una scrittura semplice e senza alcun timore ha creato la macchina drammatica perfetta, un’opera che può essere osservata da qualsiasi angolo ma riesce comunque a fare male e a dare filo da torcere al lettore. Un rompicapo da consigliare, di cui parlare e su cui tornare ancora.
Creare, credere, sono azioni che comportano stravolgimenti epocali, e per quanto molte storie provino a dimostrare che è l’amore a tessere i mondi e a collegare o recidere i punti di una fiaba o di un incubo, ci sarà sempre qualcosa di scorretto, di impossibile.

| Ada brucia. Storia di un amore minuscolo, Anja Trevisan, 304 pagine, effequ
effequ



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...