Infestazioni | Crocevia di punti morti

The attic is not haunting your head – your head is haunting the attic. 


Crocevia di punti morti. Quattro anime nel pozzo di Matteo Grilli (effequ, 2020) è un romanzo horror dai tempi sommersi, sotterranei come le entità che evoca, è una sorta di rito demoniaco ben giocato, con le giuste luci e i chiaroscuri d’effetto, che ribalta il lettore in una provincia che non ci prova nemmeno a essere spettrale, perché ogni provincia è già infestata da cima a fondo per conto suo, anche se nessuno lo sa e probabilmente neanche tenta di sapere se è così. Questo dettaglio, il voler o non voler vedere, è dove il romanzo di Matteo Grilli si trasfigura in una buonissima ed efficace cura a molta narrativa dell’orrore ripetitiva e ben oliata contemporanea; questo non significa che i miti e le leggende, l’incomunicabilità dell’orrore, le entità indicibili, trasfigurazioni e possessioni siano peggiori di altre scelte narrative. Semplicemente, scegliere di mostrare che l’orrore sta nell’attraversare una soglia che è già qui, perché intera cittadina di provincia, è molto soddisfacente per chi scrive e sicuramente una boccata d’aria fresca a chi vuole sentirsi dire che le creature che tanto temiamo sono già qui da tempo e che di certo non riusciremo a scacciarle.
Ma non solo; Crocevia riesce a convincere il suo lettore che questi mostri terribili possono avvicinarci facilmente e che volendo possiamo trarne giovamento.

La soglia da varcare è sempre, nel fantastico, una zona fisica e mentale, una situazione complessa, una vita a metà, un’età di mezzo, un desiderio di limite e confine. Varcare significa cambiare e desiderare. I personaggi di Crocevia, tre, anzi quattro, hanno varcato la soglia da tempo, come tutti, e grazie a essa possono ripartire. Ma ripartire da capo, come ben sa chi gioca ai videogiochi (e in Crocevia ci sono anche quelli), significa morire.

Tre personaggi, Celeste, Massimo e Leonardo, compiono un viaggio di ritorno verso il Pozzo, che di epico ha ben poco, ma porta con sé nuvole di tragedia. Ognuno di loro ha abbandonato quei luoghi da tempo ma il Pozzo, e le loro vite complesse e confusionarie, reclamano un ritorno a casa.
Così, l’orrore più vero, non solo è in provincia, ma è anche quello che abbiamo lasciato nella nostra cameretta quando ce ne siamo andati. Celeste fugge da una relazione e dalle sue azioni, Massimo da una relazione già spezzata e dal lavoro, Leonardo, invece, al Pozzo ci torna perché sa che lì è accaduto qualcosa, che un mostro c’è, e lui vuole ritrovarlo.

Ora lasciami andare, per favore, che ho una città infestata da esplorare .”

In realtà tutti e tre i personaggi sono legati da tempo all’infestazione che regna nel Pozzo. Questa entità, che loro si portano dietro come se si trattasse di un caso di possessione, è K., un bestia squamata che rende conto a un’entità ancora più maestosa: sotto il Pozzo dorme un drago. O meglio, la carcassa di un drago.
Le creature di Crocevia sono anch’esse lontane dalle classiche entità soprannaturali che vanno a tediare dei poveri umani indifesi. K. infatti, come i tre umani letteralmente evocati dal Pozzo, ché sembra quasi che sia infatti il Pozzo a evocare gli uomini, non riesce ad andarsene.
K. è una creatura afflitta, esasperata, apre dei portali ma non può mai andarsene davvero, ed è per questo che come entità è quasi unica nella sua specie: bisogna cercare di comprenderli, i mostri.

Perché il Pozzo, una soglia qualsiasi, un passaggio da un sentimento all’altro, è un luogo e un rito crudele; i luoghi vissuti e patiti si rifanno sulla pelle dei propri abitanti che hanno due strade da percorrere: scoprire come sono davvero fatti questi luoghi, sbucciarli e scendere sotto la superficie, o arrendersi a una mappa molto semplice e abbandonarsi a un flusso di pensieri fissi che però non troverà mai sfogo.

Nessun abitante del Pozzo ha mai scoperto il gigantesco residuo di un universo di favole, leggende, orrori; la forma di qualcosa che forse farebbe impazzire metà degli abitanti e ne porterebbe al suicidio almeno un terzo. Così poi sarebbe interessante chiedere ai sopravvissuti come convivono con tutto questo, il fatto che un drago esiste, che è morto e sogna, e da lui qualcosa si genera quando è il momento.”

Crocevia è quel tipo di narrativa dell’orrore che tende a dimostrare che non solo “chi ha scelto la professione di fare paura deve tenersi cari il proprio sadismo e il proprio cinismo” come scrive Mari, ma anche che probabilmente alla fine l’orrore è il contrario della menzogna e sotto la possibilità tremenda che qualche mostro voglia nutrirsi delle nostre anime e dei nostri corpi sta nascosta una buona probabilità che tale infestazione venga a farci solo del bene. Per questo, anche se Matteo Grilli scrive che è un horror travestito da shojo a me viene in mente Devilman di Go Nagai, con Akira Fudo che riesce a trovare l’equilibrio quasi perfetto tra uomo ed entità demoniaca.

In Crocevia il linguaggio è mutante dentro l’entità soprannaturale ed è questo soprattutto che la identifica ; i lunghi monologhi di K. trasformano qualsiasi cosa in linguaggio, sono flussi di coscienza che raccolgono frammenti di idee, di ispirazione, da qualsiasi luogo. È uno sfoggio di contenuto che K. sa può attaccare chi lo ascolta (a margine, Matteo Grilli gestisce una pagina di shitposting).
K. trascina se stesso nel pozzo, trascina le parole, le butta in aria e le trasforma in portali.

L’ultima scossa è stata parecchio violenta e sapevo più o meno cosa aspettarmi no ecco capita che mentre i sognatori mi si ammassano attorno e i portali fanno il cazzo che vogliono un ragazzino si sveglia e guarda il lampadario del suo soffitto la famiglia sta uscendo di casa terrorizzata la madre non lo vede scendere pensa oddio sta dormendo oddio devo andare a prenderlo i quadri di roba ricamata all’uncinetto cadono per terra come bombe esplodono gli animali di cristallo messi dentro quelle cristomorto di robe portagioie in legno tipo boh luigi xxxxx cazzo ne so le vetrine si crepano un disastro la madre sale e lo chiama Eliaaaa Eliaaaa”

Celeste, Massimo e soprattutto Leonardo al contrario degli altri abitanti del Pozzo, che potrebbero benissimo scoprirne i segreti ma neanche se ne accorgono, seguono il sentiero illuminato e fanno un passo avanti. Per questo, in Crocevia, alla fine del rito non c’è una fine effettiva, perché un rito è soltanto un passaggio. Offrire un finale risolutivo non poteva essere nei piani del romanzo, che è in realtà una specie di grimorio contro la routine e la sopravvivenza, indirizzando chi ha bisogno di andare oltre (un tempo, un amore, una vita passata) verso la magia, che questa sia multiverso, folklore o incubo.


| Crocevia di punti morti. Quattro anime nel pozzo, Matteo Grilli, 208 pagine, effequ
effequ


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