Vivere con i robot

Il dibattito sull’intelligenza artificiale è furioso. Le prospettive sono spesso entusiaste o, in modo direttamente proporzionale, apocalittiche. Una visione a metà strada, fresca, accattivante, è quella esposta in Vivere con i robot. Saggio sull’empatia artificiale di Paul Dumouchel e Luisa Damiano.

Quanto Descartes nega gli animali è ciò che noi rifiutiamo di riconoscere ai sistemi cognitivi che costruiamo: pensiero, linguaggio e coscienza riflessiva. Ma questa negazione non equivale alla supposizione che gli animali siano privi di qualsiasi proprietà cognitiva.”

Dico visione a metà strada perché di questo si tratta, finalmente aggiungerei. Non c’è, neanche per un secondo, l’impressione che i due autori propendano per una visione nettamente ottimistica o il suo contrario, per tutta la lettura dell’opera.
Questo perché la robotica sociale, attorno a cui ruotano, fioccando senza tregua, tutti gli esempi di AI citati dagli autori, è una forza che si fa strada nelle scienze sociali e che, visti i livelli raggiunti dalle AI stesse, è impossibile non tenere in considerazione.

La robotica sociale, insomma, riguarda soprattutto, alla fine dei conti, gli esseri umani. I robot sono destinati, perché programmati, a integrarsi con l’uomo. Il nocciolo della questione ricadrà ovviamente nella domanda fatidica: e le emozioni?

L’obiettivo di questo terzo approccio è quello di consegnare agli agenti robotici i mezzi adatti per costruire circuiti affettivi con gli umani sempre più stabili e coinvolgenti. Per farlo, la ricerca oggi si impegna in molte direzioni. Una di quelle più promettenti punta a fornire ai robot una “storia personale”, associata a una funzione di “autonarrazione” che consenta loro di presentare ai propri interlocutori umani interpretazioni “personali” del “proprio” passato e del “proprio” presente – e, in prospettiva, del “proprio” futuro. È uno scenario teorico e applicativo che intende offrire ai robot una memoria in prima persona, contenente una libreria di esperienze personali a cui questi agenti possono fare appello nelle proprie interazioni con gli umani.”

Ciò che conta, dimostrano candidamente Dumouchel e Damiano, non è l’effettiva realtà delle emozioni. Pretendere di riconoscerne le radici è quasi un’ingiustizia. Ciò che conta è la loro coordinazione in rapporto agli agenti umani, la loro potenziale, e infinita, flessibilità.
Prendendola larga diventa palese quanto la robotica sociale sia per l’appunto non solo applicabile alle AI ma sopratutto una forma di educazione etica e morale per l’essere umano.
Un modo per riconoscere la propria mente, limiti e possibilità.

L’ultimo capitolo, una sorta di chiave per interpretare tutto il resto a ritroso, è una freccia scagliata senza pietà. In Macchine morali, macchine mortali e sostituti gli autori sventrano l’etica dei robot, il cui obbiettivo “non è inventare nuove specifiche regole etiche per i robot come fa Isaac Asimov” (aggiungo che Vivere con i robot è una miniera di citazioni adorabili tra cui, nell’introduzione, Astro Boy e Neon Genesis Evangelion), ma applicare determinate regole morali derivanti da un determinato codice di regole. Ne verrà fuori che l’unico inganno derivato da una macchina utilizzata in ambito militare scaturisce da una decisione umana.
La crescita etica parte dalla macchina per risarcire l’uomo stesso.

Vivere con i robot. Saggio sull’empatia artificiale, Paul Dumouchel, Luisa Damiano (traduzione Luisa Damiano), 220 pagine, Raffaello Cortina Editore
Raffaello Cortina Editore


(Questo articolo è scritto in occasione del mese che l’#IndieBBBCafé passa in compagnia della casa editrice indipendente Raffaello Cortina Editore.)


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