Černobyl. La Zona

Černobyl. La Zona di Francisco Sánchez e Natacha Bustos è stata una lettura di inaspettata potenza visiva, un graphic novel che sconvolge il lettore con molto più che, per fortuna, del pretenzioso sensazionalismo.
A trent’anni di distanza da uno dei disastri naturali più allucinanti della storia l’opera esplora l’irrimediabile distruzione della realtà familiare di tre generazioni.
La famiglia narrata nelle pagine di Sànchez e Bustos non ha un cognome, non ha un passato preciso. È un nucleo familiare come altri che viene distrutto e sconvolto per sempre. Non solo sconvolto, ma bloccato eternamente nel trauma di Černobyl.

L’orrore si sposta lungo una linea verticale, da Leonid e Galia a sua figlia Anna, suo marito Valdimir e il piccolo Yuri, si distende implacabile fino a Tatiana, nata dopo il disastro. Il ricordo, la Zona, si muove lungo il tempo, ma ciò che è accaduto a Černobyl rende quella realtà bloccata in un ricordo altrettanto immutabile.

La narrazione prende inizio non con il clamoroso disastro, bensì con l’orrore vuoto delle sue conseguenze. In una terra desolata fanno ritorno Leonid e Galia, che non vogliono abbandonare la loro casa; tornano così nel territorio sotto quarantena, una zona di campagna nella periferia di Pryp”jat’, si rimettono a lavoro e sistemano la casa. Il tempo sembra così ricominciare a muoversi, ma è solo un inganno. I veri effetti del disastro si fanno sentire su Galia, sugli animali, si rendono presenti nella piccola bolla di sicurezza che i due hanno riprovato a creare.
Questo primo capitolo è il cuore del graphic novel: Černobyl è ormai una realtà a sé stante. L’uomo può provare a intaccarla, può cercare, come Leonid e Galia e rimettere le cose a posto, ma la verità è ormai completamente scollata dalla comprensione di un tempo.

Al primo potente capitolo fanno seguito quelli dedicati alla figlia Anna incinta, suo marito Vladimir, impiegato alla centrale e il piccolo Yuri. Siamo situati cronologicamente prima del disastro: sarà in questo capitolo che assisteremo all’esplosione.
Ancora una volta, tuttavia, il nocciolo duro ed essenziale di questa parte di narrazione, è affidato a un momento lontano dal tragico incidente alla centrale. La scena in cui Vladimir scatta una foto alla famiglia al parco divertimenti è il tempo che si incolla sul tempo. Bustos riesce a ritrarre una foto nella foto. Lì sta l’eredità della Zona: fantasmi del passato e del futuro.

Davanti alla stessa ruota panoramica si troverà Yuri, con la sorella Tatiana, vent’anni dopo il disastro. Tutto è cambiato, eppure tutto è così vuoto, inerte, da sembrare lo stesso. L’uomo è ormai lontano dalla Zona e con lui il suo passato, che è rimasto lì, immobile.
Così tutto è statuario, statico nelle scene di Natacha Bustos, questo è ciò che contribuisce a rendere Černobyl lontano dalla sola emotività; gli abitanti di Pryp”jat’ pensano di lasciare le loro case solo per pochi giorni, ma il panorama già reso inerte dal disastro è già lì, più forte di loro. La Zona è catturata nella sua prepotenza, corrispondente alla permanenza del ricordo umano, nella narrazione di Sànchez e Bustos.

| Černobyl. La Zona, Francisco Sànchez, Natacha Bustos (traduzione di Diego Fiocco), Tunué, 176 pagine
Tunué


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