Ventuno

Guillem López in Challenger (Eris Edizioni, 2017) aveva sondato le possibilità degli universi, il suo frammentarsi e ricomporsi in 73 storie che aprivano una breccia dentro la realtà, permettendole di affacciarsi su tutte le alternative estranee. In Ventuno, il suo quarto romanzo pubblicato e uscito da qualche mese per Eris, di nuovo tradotto da Francesca Bianchi e illustrato da Sonny Partipilo come il precedente, l’universo che viene scandagliato è uno solo e segue un’unica storia, che si contamina però di tutti i generi possibili.

Ventuno abita nel pozzo, un luogo apparentemente senza confini formato da infiniti cunicoli e gallerie. Ogni abitante vive nel suo loculo, con la sua unafamiglia o meno, e ogni giorno partecipa agli scavi, alle estrazioni di ambra e altri preziosi. In questo universo a là Gurren Lagann non c’è altro da fare se non continuare a scavare perché del resto poco importa ormai cosa c’è sulla superficie; il meglio che si può fare è farsi innestare nuove protesi meccaniche per scavare meglio o riuscire da guadagnare così tanto, tramite azioni illegali per lo più, da permettersi qualche agio.

Di lì a poco una folla cenciosa avrebbe iniziato a muoversi avanti e indietro nelle gallerie e nei tunnel. C’era un sovraffollamento di fame, pidocchi e miseria che ognuno si trascinava dietro con rassegnazione. Patetico. Un esercito di cadaveri ambulanti disposti a lavorare fino allo sfinimento per una misera paga e un posto sicuro dove dormire. Io ero diverso. Mi piace pensare che fossi diverso ed è per questo che ho lasciato il lavoro. Dovevo fare qualcosa, ma cosa? Immagino che qua sotto la domanda fatidica sia questa: che vuoi farne della tua vita?

Ventuno, già diverso per indole perché ha rifiutato da tempo di lasciarsi trasformare in una macchina, comincia un giorno la sua arrampicata sociale. In questa terra di frontiera, dove vige una continua spinta in avanti, verso un apparente progresso, insieme a un perenne scivolare all’indietro verso le disgrazie, Ventuno coglie al volo l’occasione per permettersi di salire, non verso la luce della superficie, ma verso una migliore posizione all’interno del pozzo.
Quando Marcio scompare e Ventuno scommette di averlo visto pochi giorni prima pieno di frammenti di ambra si mette in moto una catena di eventi quasi inarrestabile; lo sarebbe forse se Ventuno non si imbarcasse in un’avventura noir.

Questo è il punto più gustoso della narrazione: tramite scelte caotiche, macchinazioni e inganni López trasforma il romanzo in una perfetta narrazione hard-boiled, con un protagonista che si ritrova invischiato nelle trame della malavita: come in Lost Highway non importa dove ti sta conducendo la strada, ma quello che stai pagando per percorrerla.
Così i dilemmi di Ventuno vengono collocati da López in un’atmosfera nera e folle fatta di inconoscibili boss come Papi Piszkos o semplici spettri vuoti trasformati in macchine.

La trasformazione in macchina nell’universo di Ventuno è nascosta sotto una ricerca mistica ma è in realtà un semplice specchio di come stanno le cose: ci si trasforma per produrre di più, fine. La trasformazione in macchina non trasforma le relazioni ma semplicemente le annulla una volta per tutte.
Così il percorso su cui López lancia il suo protagonista è ancora più folle, perché per uno come Ventuno che nel bene o nel male ha ancora una coscienza, non c’è posto da nessuna parte, perché quello che serve davvero ormai non si ottiene neanche più attraverso inganni o tradimenti. È un posto che si trova all’altro capo della storia.

|Ventuno, Guillem López (traduzione di Francesca Bianchi), 176 pagine, Eris Edizioni
Eris

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