Il pantarèi

Riproposto a trentacinque anni dalla sua prima pubblicazione Il pantarèi di Ezio Sinigaglia torna in libreria nella nuova edizione TerraRossa, con qualche piccolo accorgimento e un’introduzione dell’autore.
Riemerge quindi la storia di Daniele Stern, collaboratore editoriale a cui viene richiesta la stesura di una voce in una nuova enciclopedia; la voce in questione è il romanzo del novecento. Cinque giorni di tempo, mezzo milione di lire. Un bel colpo di fortuna pensa Stern, mettendosi subito al lavoro.

L’intento di Sinigaglia è dimostrare che il romanzo non era (e probabilmente non è, soprattutto adesso in quest’epoca iper proficua) morto. Lo fa escogitando un metodico autosabotaggio per il suo doppio nel pantarèi che fin dall’inizio del suo lavoro elimina buona parte degli autori richiesti nella scaletta dalla fatale redattrice Ghiotti, gettandosi in un susseguirsi narrativo che va ad destare una personale passione per la letteratura e la scrittura.

“Aveva già richiuso la porta di legno laccato che fronteggiava il corridoio e, tenendo ancora le dita sulla fredda maniglia di metallo, guardava la fuga appena intuibile dei muri con una leggera torsione del busto. Fu probabilmente in quell’attimo che due diversi livelli della sua coscienza inebetita dal vino si sovrapposero, ed egli scivolò insensibilmente a ritroso lungo le rotaie del tempo fino a insediarsi in una casella straordinariamente identica del suo passato”


Il pantarèi, fuori dal tempo, è Daniele Stern che inizia la stesura del suo lavoro con Proust, senza neanche un’introduzione, scavalcando inoltre il solito episodio della madeleine per rievocare quello meno conosciuto dei fiori di lillà. Il viaggio nei romanzi del novecento procede alternando le parti saggistiche elaborate da Stern a ciò che gli accade in quei cinque giorni e ciò che in parte gli è sempre accaduto. Stern decostruisce e rimette insieme per quanto gli sia possibile la sua storia e la sua persona, proprio come i romanzieri di inizio secolo percepirono fosse necessario agire.

Il romanzo vive di questi contrappunti tra l’autore trattato da Stern e ciò che gli accade, nelle sue vicende e attitudini, svelandosi in maniera più o meno chiara, soprattutto a seconda della conoscenza da parte del lettore dell’autore in questione; per quanto riguarda Proust un prepotente episodio di amnesia colpisce Daniele (anche se in realtà l’atmosfera di Proust riecheggia in quasi tutto il romanzo, così come quella joyciana), Kafka si insinua con un lungo sogno lucido, Faulkner manifestandosi in un territorio infernale. La lingua stessa si rielabora.

“Così Stern fiorettava il Maligno, lo irretiva di sfingi e scarabocchi, lo impantanava di semiologia e di solfeggio. Danzava controvento e contramore.

Il tempo si scolla, le cose accadono di nuovo, lo scrittore e il lettore seguono il vagabondare smarrito di Stern, i suoi ricordi e i suoi amori altrettanto incerti. Oltre al gioco di riferimenti riguardante autori trattati e realtà si crea anche un gioco di specchi, tra Sinigaglia, Stern, Stern come autore e infine Sax, il protagonista del romanzo di Stern.

Il pantarèi risponde alla domanda riguardo la morte del romanzo: no, non è morto. Ma quella che Stern sarà costretto a porsi, come l’autore e come il lettore, è un’altra domanda. Se vale la pena scriverlo questo romanzo, se vale la pena reggersi in piedi su questa storia.

| Il pantarèi, Ezio Sinigaglia, 318 pagine, TerraRossa Edizioni
TerraRossa/Amazon


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