Genesi 3.0

Dai margini del bosco alla città, attraverso un tunnel di realtà deformante. Questo è il percorso che compie Simon, protagonista dell’ultimo romanzo di Angelo Calvisi, Genesi 3.0 (Neo Edizioni).
Collocati come personaggi allucinati in un’epoca simil post-atomica, Simon e il Polacco un giorno abbandonano la loro palazzina nel mezzo di una natura folle per tornare nella Capitale, dove il Polacco già ha già lavorato per la propaganda.
Così da una Zona che rientra nello scenario tipico post-apocalittico, con piante che causano ogni tipo di allucinazione capaci apparentemente di donare poteri assurdi a chi le assume, da angoli mistici immersi nella natura, si viene lanciati in un percorso all’interno di una capitale afflitta da brutalismi e insensatezze.
Calvisi crea una mappa ben precisa di luoghi ingombranti, in una narrazione articolata in quattro parti, corrispondenti a nuove vette della società (e dell’umano) raggiunte da Simon. Ma questa bussola narrativa è mossa soltanto da satira e inattendibilità.

“Un chiarore larvale, intanto, comincia a salire dai muschi e dai licheni, lasciando intravedere tra gli alberi lo sguardo tenebroso di un dio. Tolgo la maglia con la S di Superman e mi spalmo la pestilenziale poltiglia sul viso, sul torace, sulla schiena, poi mi levo i pantaloni. Mi denudo completamente e ricopro della stessa melma l’intera superficie del corpo, ogni piega o angolo, infine mi scateno nella danza al ritmo di una musica che non c’è. A questo punto il dio con gli occhi di tenebra emerge dalla macchia, si mette a ballare anche lui e dopo che mi si è strusciato addosso mi domanda: «Vieni spesso qui?»”

Il lettore è lasciato a brancolare in un presente e in un passato incomprensibili, detriti e ricordi di una Luminosa Guerra e di fazioni che si scontrano in un contesto guerrafondaio, un luogo dove il controllo non è deumanizzato bensì iper-umanizzato; più che un controllo totalitario vero e proprio emerge la sensazione di un’energia tossica capace di serpeggiare per le strade per i fatti propri e cogliere chiunque. Una burocrazia che è simile a quella di Brazil o 12 Monkeys, dove si è costantemente incerti riguardo a quella cosa giusta che in realtà è ancora una volta totalmente sbagliata. Lo statuto della società reale è sempre incompleto e ogni cosa che vi accade corrisponde a un gusto quasi kitsch: a tutto viene data una forma che non porta ad altro che a una nuova eccessiva deformazione ([…]questo mirare al “bello”, conferisce al Kitsch un che di falso dietro al quale si intuisce il “male” etico.” Broch).
Non conta ciò che accade, ma come accade.

“Sullo stradone che conduce all’Ospedale sono apparsi tre pullman turistici. Avanzano in colonna e sono seguiti da quattro furgoncini. A qualche metro di distanza chiude la fila un blindato dell’esercito. La carovana si arresta nel grande parcheggio. Mi va di traverso un boccone di Stòppica e comincio a tossire. Fred si contorce per arrivare a darmi due botte sulle scapole con l’unica mano disponibile, poi, quando riprendo fiato, mi appoggia il palmo aperto sulla guancia. «Ci attendono tempi confusi» dice. «Confusi e imperfetti».”

La compresenza del percorso intrapreso da Simon e dell’inevitabile crollo di tutti i compromessi di cui il lettore è ben a conoscenza crea una doppia trasgressione. Non solo Simon sta sbagliando, ma sappiamo che continuerà a farlo, la commedia è travestita da incubo, o meglio incubo e commedia sono la stessa cosa: non sarà possibile effettuare una scissione. L’incomprensibile è radicato da chissà quanto tempo (o almeno questo è quello che ci ritroviamo a pensare) nella società, che è anche solo inutile provare a dimostrare il contrario. Il dramma è sostituito da un grottesco vischioso, che non lascia scampo; siamo fuori dalla Storia (dai luoghi e dai tempi) ma al tempo stesso ci siamo immersi fino al collo, ricoperti da tutto quello che è successo, da quello che non ostina a muoversi e se lo fa non riesce altro che a ricoprirci ancora di più e ad affossare Simon. Il suo pellegrinaggio e tutte le turpitudini a cui è sottoposto non cambiano niente in realtà. Sono solo altra terra, altri mattoni che creano un’architettura brutale.

I personaggi di Calvisi sono tutti dei disgraziati, delle maschere, Genesi 3.0 è una ballata granguignolesca sull’assurdo rigenerarsi delle sciocche abitudini sociali e delle guerre.
È lecito leggerlo come denuncia sul potere e su come riesce a nutrirsi da solo attraverso una costante degenerazione ma è soprattutto, forse in maniera morbosa, divertente da leggere.
Tutto l’orrore grottesco alimenta ma anche dissolve quello che avviene nella Capitale, portando Simon nell’unico posto dove gli è concesso vivere.

| Genesi 3.0, Angelo Calvisi, 160 pagine, Neo Edizioni
Neo/Amazon

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...