Il confine del paradiso

Consigli spassionati.


Una piccola premessa, e qualche numero.
Il confine del paradiso (che apre la collana Contemporanea di Lindau) è il romanzo d’esordio di Esmé Weijun Wang e questa cosa dovete metterla subito da parte, in un angolino della vostra testa, per riportarla a galla a fine lettura. Teniamo anche in considerazione che la Wang, oltre a scrivere un sacco e a essere stata nominata da Granta tra i migliori autori dell’ultima decade, si occupa anche di offrire supporto a persone afflitte da qualsiasi tipo di difficoltà (fisica o mentale) su un blog chiamato The Unexpected Shape (But just because you have limitations—whether they be caregiving responsibilities, disability, chronic illness, or any other life circumstance that causes you feel fenced in—doesn’t mean you can’t kick ass, too).

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Infine, la Wang ha scritto questo libro che, corollario probabilmente a quello che ho scritto poco fa, è uno dei libri più forti e potenti di quest’anno.
Ecco i numeri: tre nuclei famigliari, due tentativi di suicidio, una relazione incestuosa.
Il secondo tentativo di suicidio, quello che non è solo un tentativo, ci viene narrato nelle prime pagine è quello di David Nowak.

Descrivo l’espressione di quella nevrosi con lo stupore di chi ancora non riesce a capirle e l’imbarazzo di chi sa quanto sembrino ridicole; ma se non controllavo lo specchio, non staccavo le croste, non mi cambiavo continuamente vestiti nella speranza di riacquistare un corpo normale, e così via, i problemi non facevano che moltiplicarsi. L’unica possibilità che avevo di controllarla era essere sempre vigile assecondarle.

David Nowak soffre di pesanti nevrosi fin da bambino. La sua famiglia ha realizzato il sogno americano emigrando in America dalla Polonia fondando la Nowak Piano Company, assicurandogli un ottimo status sociale e un futuro che comunque sembra nullo a chi presto impara che anche un semplice gesto quotidiano sembra impossibile e irraggiungibile da realizzare.
I pezzi vanno a posto, per poi crollare, quando gli Orlich, con la bellissima figlia Marianne, si trasferiscono accanto ai Nowak; perché ovviamente David e Marianne si innamorano, ma tutto è viene spazzato via con dolore quando gli Orlich non mettono fine al loro rapporto e si trasferiscono, perché tutti sanno che David è “completamente incapace di vivere una vita normale”.

Cambio di prospettiva, e adesso il racconto passa in mano alla moglie taiwanese di David, prima Jia-Hui, figlia di una Mama-san, poi consorte di David sotto il nome di Daisy.  Il racconto procede ancora per altri macrocapitoli, che con il passare del tempo diventano quelli dei figli di David. Malgrado non si possa parlare di spoiler mi fermo qua; perché alla fine la storia è sì molto importante, e le vicende che letteralmente affliggono la famiglia Nowak sono diverse e numerose, ma alla fine ciò che conta è il nocciolo duro di distruzioni, disastri e malessere che gettano un ombra gigantesca dietro ogni minuscolo dettaglio e che si insinuano dietro le azioni di ogni personaggio.

Dai vestiti americani che David obbliga Daisy a indossare, il cibo americano che lei si rifiuta di ingerire durante la gravidanza, la sabbiera a forma di tartaruga e altri ricordi che per William assumeranno poi “una sfumatura sessuale” come primi sintomi della sua accettazione del rapporto incestuoso che la madre lo convince a intraprendere con la sorella. Tutte ombre lunghissime, nascoste in ogni angolo.
La follia di David, di qualsiasi tipo essa fosse, da qualsiasi cosa fosse stata generata, viene tramandata ed ereditata, è una staffetta ininterrotta di reclusioni e ossessioni, paranoie mutaforma. Ogni personaggio è importante perché ogni personaggio ne viene affetto e tiene tra le mani qualcosa di inspiegabile che rompe l’equilibrio di una vita normale; ogni registro che cambia, con il suo personaggio, è l’ennesimo pezzo che si incastra solo per rompersi, ancora una volta.

Più tardi Gillian è seduta sul portico a piedi nudi, con la luce spenta per scoraggiare falene e zanzare. In piedi dietro la zanzariera chiusa, vedo la sua schiena illuminata dalla luce dell’ingresso, il profilo ittico delle vertebre del suo collo, e dietro di lei e oltre i gradini del portico, un ammasso di rocce quasi invisibili.

La Wang assicura una forte sensazione di disagio e claustrofobia alla sua storia grazie a efficienti scenari ed eventi che sfiorano il gotico: una casa lontana da chiunque che sfiora i boschi, un incendio che sembra voler distruggere tutto quanto per poi fermarsi come per miracolo, la reclusione di Daisy e i suoi figli dopo la morte di David, il loro rapporto malsano, fondato sull’incapacità di comunicare e per questo di scegliere davvero. Un logorio lento, le parole giuste e tattili per la follia che divampa, fino raggiungere altre persone, che sembravano essere scampate al disastro e che invece si ritrovano bloccate e incastrate in quello che può ricordare solo un incubo.

La Wang racconta cosa significa essere diversi, reclusi, stranieri, semplicemente lontani anni luce dalle percezioni e dalle sensazioni di una vita normale. E la domanda che il lettore dovrà porsi è quand’è che davvero qualcosa si è spezzato, quando è caduta la prima tessera del domino, se è David che ha contagiato tutti con la sua follia o se è semplicemente più facile pensare che sia stato così.

| Il confine del paradiso, Esmé Weijun Wang (traduzione Thais Siciliano), Edizioni Lindau, 416 pagine
Amazon/Lindau

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