Consigli |Restiamo così quando ve ne andate

Consigli spassionati. 


Di Cristò volevo leggere La carne e invece mi è capitato tra le mani (grazie a centrifughe e incombenti forze sovrannaturaliRestiamo così quando ve ne andate. Un romanzo che è una fucina di domande; per ogni risposta, o bivio, attimo che si spezza e si scinde, questo organismo narrativo si espande.

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“Invece rimango nel letto e mi faccio qualche altro tiro. Hashish, naturalmente. Il più delle volte è un ottimo antidepressivo: mi spegne del tutto, oppure mi fa concentrare su cose diverse. Cose che non sono il lavoro, o la stanza del rimorso, o il dispensatore automatico di rimorso a ottantotto tasti bianchi e neri, o il rimorso stesso. L’ hashish mi sposta l’ attenzione su cose tipo la vita in Swaziland.”

Francesco ha un amico, Donatello, una ragazza di nome Monica e una vicina giovane, indiana, con cui vorrebbe andare a letto. Ha un lavoro oppressivo, indigeribile. Ha anche l’hashish e la musica. Intorno, di contorno forse, rapporti parentali distrutti e deteriorati.
Niente di particolare quindi. Ma vi assicuro che leggere di Francesco è come osservare la sua storia da uno schermo, mentre l’impressione prepotente che deriva da questi elementi magnetizza il lettore. Tutto, nella storia di Francesco, tra quelle mura (molto speciali) è in salita. Ma noi questo non lo percepiamo davvero, mai fino in fondo. È solo storia allo stato grezzo e scandita ogni istante, ogni costellazione temporale, da un linguaggio limpido, netto preciso.

“Questa è una vita qualsiasi in una casa qualsiasi. Non fa bene e non fa male; questi fatti non sono buoni né cattivi. Qui le cose succedono e non c’è niente da fare.”

Il punto è che nel romanzo di Cristò nelle vene della realtà quotidiana scorre il surreale. Un surreale che è uno schiaffo in faccia al lettore: accetta i fatti, sono questi e adesso che lo sai pagane le conseguenze.
Questo si ricollega proprio alla percezione che abbiamo di ciò che accade.
Prima di tutto il romanzo è suddiviso in quattro parti che corrispondono a momenti diversi scanditi e percepiti in maniera differente. Dieci giorni, dieci ore, dieci mesi, dieci anni. Questa divisione corrisponde esattamente a quel linguaggio limpido ed empatico, a quella ricerca armonica, che lo stesso protagonista prova a ritrovare nella musica, o che cerca di comprendere costruendo una Dream Machine. Una costruzione invisibile e arrogante.
Proprio l’ultima parte è composta da un tempo molto più organico e allo stesso tempo innaturale per l’uomo, perché sono proprio quelli che restano così quando ce ne andiamo a parlare e a offrire il loro punto di vista.
E questo è proprio il secondo elemento che muta e rende cangiante la nostra percezione del tempo. Il soggetto in questione sono proprio le stanze. Le stanze che prendono parola ed esprimono il loro disappunto, la loro prepotenza e alla fine rispondono a tutte le nostre domande. Questo punto di vista amplifica il manifesto del romanzo, quella schiera di angosce e turbamenti, quelle domande che Francesco si pone e affronta o fugge.

Restiamo così quando ve ne andate è spaventoso. Rende comprensibile la realtà sotto un aspetto del tutto nuovo, una nuova visione insopportabile. Sentirsi come Francesco è possibile, ovvio, e fa davvero paura.

|Restiamo così quando ve ne andate, Cristò, 242 pagine, TerraRossa Edizioni
TerraRossa/Amazon

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