Indie BBB Cafè | Caravan Edizioni, Quando parlavamo con i morti

Nuovo appuntamento in compagnia dell’#IndieBBBCafé! Passiamo il mese di luglio con Caravan Edizioni.


Quando parlavamo con i morti di Mariana Enriquez  è una raccolta letale. Si tratta di tre racconti, legati insieme da un’atmosfera ghiacciata e senza pudore. Il primo da il titolo alla raccolta, gli altri due sono Le cose che abbiamo perso nel fuoco Bambini che ritornano. Ora che ho finito (o meglio divorato in preda a un furore dolcissimo tipico della narrativa orrifica) ho intenzione di leggerli di nuovo, ma in ordine inverso. Perché una cosa è certa; da qualsiasi parte iniziate, qualsiasi cosa affrontiate per prima questi racconti vi porteranno comunque al picco della tensione. Vi portano in alto, e poi vi lasciano cadere. La Enriquez mi ha ricordato tantissimo il McCarthy de La Strada, con il suo raccontare una morte onnipresente, che può essere solo registrata con pazienza.

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Nel primo racconto e il ruolo della morte è quello di una messaggera ghignante: quattro ragazzine e una tavola ouja. È l’unico racconto a utilizzare la prima persona. Gli altri due utilizzano un narratore in terza persona onnisciente, che rende i bizzarri (o meglio, prima bizzarri poi terrificanti) episodi ancora più stranianti: donne che decidono di darsi fuoco e bambini rapiti che improvvisamente tornano a casa. In tutti vige però un’atmosfera di limitatezza. Un non sapere che permane questi luoghi e crea una bolla intorno ai personaggi. C’è qualcosa di sbagliato, ma è impossibile da capire cosa sia, o meglio, è impossibile cercare di capire cosa sia. La morte, il terrore, sono prima di tutto mancanza di senso, un buio che colpisce prima di tutto la razionalità di ciascuno: prima le ragazzine impotenti, una giovane donna che non sa come risolvere una situazione degenerata fino all’impossibile, una ragazza che non sa far fronte a ciò che ha scoperto. Per questo molto probabilmente lo sguardo, la vista è un elemento importantissimo. Di nuovo: nel primo gli occhi puntati sulla tavola ouja, nel secondo il filmato delle donne che si danno fuoco, nel terzo le ricerche spasmodiche di video e documenti nell’archivio alla ricerca dei bambini e delle ragazzine scomparse.
I sensi sono inutili di fronte a un male difficile da definire e da comprendere.

La Enriquez inserisce i suoi personaggi in contesti urbani ben precisi. Luoghi della quotidianità dove il disagio alimenta la paura. E così ci sono i desaparecidos, la violenza di genere e la tratta dei bambini, e nel racconto si inserisce una denuncia sociale per niente velata, ma di certo non aggressiva. Il terrore che prende potere pagina dopo pagina si incontra con una realtà degradata: i due elementi si uniscono fino a creare un perfetto scenario ricco di tensione. Questo è un racconto di Mariana Enriquez.

“Lei sistemava gli archivi, lei non poteva spiegare quel ritorno soprannaturale, lei voleva tornare indietro nel tempo”.

Ma probabilmente il vero nucleo di questi tre racconti è un altro. Non l’irrazionalità o la denuncia sociale, ma il corpo. Non è un caso che le voci contenute in questo libriccino siano tutte voci di giovani donne. Il corpo, e la sua trasformazione, il suo essere al centro di un cambiamento terribile è la chiave di Quando parlavamo on i morti. I corpi dei desaparecidos che cercano di mettersi in contatto (e proprio il contatto vero e proprio è la causa dell’orrore del primo racconto) i corpi ustionati e per sempre compromessi delle giovani donne che decidono di darsi fuoco (“Una nuova idea di bellezza”) e i corpi dei bambini che tornano indietro (sopratutto i corpi, perché sono quelli che contano).
La Enriquez ha creato ombre che si portano dietro altre ombre, come fardelli. Nei suoi racconti ci sono esseri umani che combattono il buio armati di buio quindi, e il lettore non può solo che aspettare che la sua caduta termini.

| Mariana Enriquez (traduzione Simona Cossentino e Serena Magi) Caravan Edizioni,       Amazon

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