Consigli | Trilobiti

Consigli spassionati.


Un ossessione sotterranea pervade i  racconti di Breece D’J Pancake nella raccolta Trilobiti (ripubblicata da Minimum Fax). Una raccolta postuma a seguito del suicidio di Pancake nel 1979 a soli ventisei anni. Questa raccolta, dodici racconti, restituisce l’immagine di un autore perfezionista, un narratore complesso capace di intagliare con cura ogni personaggio (o ancora meglio, di dissotterrarlo) per poi abbandonarlo in una terra disgraziata.

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Questa terra desolata in cui i personaggi di Pancake si muovono è il West Virginia (luogo dove lui stesso era cresciuto). Territori spogli, fatti di polvere, fossili, sterpaglie e animali i cui occhi brillano alla luce dei fari. Si tratta di un luogo isolato e atemporale. Non c’è nient’altro oltre. E se c’è poco importa, perché gli uomini e le donne di Pancake non sembrano avere molta scelta, soffrono di un determinismo che li rende pagina dopo pagina sempre più logorroici verso sé stessi e sempre più silenziosi verso gli altri.

C’è voluto più di un milione di anni per fare questa piccola collina liscia e ho cercato dappertutto trilobiti. Penso a come è sempre stata lì e a come ci starà per sempre, almeno per tutto il tempo che importerà qualcosa. Quando arriva l’estate l’aria si fa afosa. Un branco di storni fluttua sopra di me. Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene per davvero. Ricordo gli occhi di papà morto che mi guardavano. Erano molto secchi e mi portavano via qualcosa. Chiudo la porta, vado verso il caffè.

La realtà è percepita costantemente in ombra e gli occhi sono fissi su ciò che è sporco, scorretto, dolorosamente personale, Pancake costruisce un ricordo con cura, lo spolvera un po’ e poi comincia a scavarci dentro a mani nude. Ed è una terra disgraziata sopratutto perché arida con i suoi abitanti, la natura quasi estranea per quanto ogni giorno ripetuta nei suoi dettagli.

Una notte d’autunno era passata senza lasciar traccia sulle pezze d’asfalto della stradina che conduceva a Perkins. Una grigia cascata di luce cominciò a spuntare dalle colline che dominavano la vallata ad est, e infiltrò una foschia azzurra nel cuore del cupo intreccio dei rami di quercia. Soffiava un vento debole che faceva rabbrividire e le foglie di sicomoro frusciavano sul marciapiede, per essere bloccate sul ciglio della gramigna d’un verde violento.

E gli abitanti a loro volta troppo carichi di fardelli per poter fare qualsiasi cosa, trovare le parole giuste, tenersi la moglie. I traumi sono il motore narrativo in luoghi dove sembra non poter accadere niente da troppo tempo (dove probabilmente, terminato ancora una volta l’ennesimo dolore, sembra impossibile possa nascondersi altro da scoprire), e l’assenza e la ricerca infruttuosa di qualcosa (qualsiasi cosa) sono le molle che caricano i personaggi.
Sembra, chiaro, ricordare Faulkner (si finisce sempre qui), e le lande dei due scrittori ssono quasi confinanti. Ma Pancake è più silenzioso, anche se ciò che ha da dire bisogna sia ascoltato con cura, perché se non è quella la soluzione o la fuga, certamente è ciò che sta sotto a superficie e dentro le ossa.

“Reva aveva voglia di andare alla casa sulla chiusa, di sentire il pavimento gelido sotto le natiche e le spalle. Le fitte al ventre erano forti e ben note. Il dolore la lasciò stanca e svuotata. «Mi fa male la pancia», disse a Carlene.”

Quasi come una murder ballad i racconti di Pancake sembrano puntare il dito verso la desolazione e per alcuni dei suoi personaggi il finale può essere solo un gigantesco incendio.

|Breece D’J Pancake (traduzione Cristiana Mennella), Minimum Fax, 191 pagine
  Minimum/Amazon

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