Consigli | Challenger, Guillem Lòpez

Consigli spassionati.


Il primo incontro avviene alle ore 05.45. in una biblioteca, dove le luci sembrano adombrare l’ambiente invece che illuminarlo. Un’ora in cui il silenzio è denso e un rumore significa sicuramente niente di buono. Nella biblioteca c’è Linda Withman che andrà a nascondersi in un armadio. La incontreremo la mattina dopo, quando ci faremo beffe di lei con gli occhi di Richard.
Questo è Challenger di Guillem Lòpez. 73 storie di altrettanti esseri (non necessariamente umani) che avvengono nella mattina del 28 gennaio 1986, quando lo Space Shuttle Challenger esplode appena partito da Cape Canaveral e sette membri dell’equipaggio perdono la vita in diretta televisiva.
L’ultimo incontro avviene alle 12.04, venticinque minuti dopo l’esplosione, all’interno del Miami Central Hospital dove Jonas sa che “esiste un altro mondo là fuori”.

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Guillem Lòpez inserisce i suoi personaggi in un territorio estraneo, un luogo precedentemente visitato da molti altri, tra i primi sicuramente gli abitanti del Massachusetts di Lovecraft. Perché sicuramente quella di Challenger non è Miami, o almeno, non è la Miami che vediamo tutti i giorni. La mattina dell’esplosione si apre una breccia nella realtà, il fatidico velo viene sollevato. Qualcuno si accorge di quel che è successo altri meno, qualcuno ne approfitta per liberarsi dalle catene. L’autore crea quindi non solo 73 esseri viventi ma un intero palcoscenico, un’impresa di wordl-building complessa, uno scenario non lineare e multidimensionale.
Ciò che ci muove sono proprio queste diapositive di una realtà scomposta, tanti pezzi da rimettere in ordine, essendo gli episodi non ordinati cronologicamente, una suggestione che mi riporta a quando ho visto per la prima volta Magnolia. E non a caso c’è una mappa e sopratutto, e qui dovete mettere le vostre puntine, una timeline. Il registro ondeggia dall’aggressivamente allucinato ad un pacifico sorriso d’intesa, dal terrore nelle vene alle risatine in uno stanzino, e il tono può essere quello di una confidenza con il lettore (that’s all folks!) fino a una natura documentaria che si affaccia sull’abisso.

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Challenger è polimorfo, un ruolo dove il quotidiano viene contaminato, letteralmente, da creature che non dovrebbero esserci. La colonizzazione avviene lentain alcuni casi, momenti che si sono messi in fila uno dopo l’altro e che la mattina del 28 gennaio decidono di farla finita, o in maniera repentina. Ma alla fine il punto è questo: l’universo è disturbato. Non vorrei usare ancora una volta le parole di Thomas Ligotti e Vandermeer, eppure è necessario.

“Non è forse più importante la percezione della realtà che la realtà stessa?”
Challenger, Guillem Lòpez
“A quel punto vedrò la luna vera?”
Accettazione, Jeff Vandermeer
“Ciò nonostante, l’anziana e i pochi suoi sodali insistevano a parlare non di una citàà vecchia o di un’invisibile città demoniaca, ma dell’altra città che, concordavano, mai era esistita in termini reali, concreti, ma era semplicemente il fondale metafisico della città al confine settentrionale che tutti conoscevamo e dove molti di noi desideravano con ardore farla finita.”
Teatro Grottesco, Thomas Ligotti

E chi ha visto in Challenger il riflesso di Philip Dick ci ha visto giusto. Il riflesso in quello specchio che nascondeva la verità. La nostra realtà è manipolata. Da qualcuno più grande di noi, o da uomini minuscoli con maschere inquietanti, oppure da nessuno e semplicemente il Challenger esplode. Ma alla fine, così come l’universo è disturbato, la realtà è solo apparenza. E quindi? I 73 personaggi di Challenger (tra cui mostri, malviveni, veggenti, statuette di Elvis, forme di vita infestanti, emarginati sociali, pallottole) non sono altro che esseri perduti quanto quelli di America Oggi e i momenti della mattina del 28 gennaio sono infiniti. Cominciate come volete, da dove volete, come avrebbe fatto anche Burroughs.
Le infinite ricombinazioni interferiscono negli spazi e riconnettono personaggi. Unica bussola, oltre alla mappa e alla timeline, le perfette illustrazioni in scratchboard di Sonny Partipilo, che ci indicano una persona, un luogo, senza però spingersi troppo in un territorio così caotico per poter essere del tutto definito.

“E grazie all’irresistibile calamita che è la routine quotidiana, l’osservatore – se esistesse, se fosse Ahmed, o il narratore o il lettore o semplicemente una coscienza che si prolunga in tutte o in ognuna di quella realtà -vede passare i colori e le luci e le risate. Come un ventaglio infinito di possibilità che si incrociano e si intrecciano.”

Ma ciò che Challenger davvero dimostra, ed è sopratutto questo il motivo per cui dovreste leggerlo, oltre tutto ciò che vi ho detto prima, è che gli universi, infiniti, irregolari, ripetibili o meno non sono ordinati. Non possiamo ordinare la realtà. Non troverete una soluzione alla fine, ma un vero enorme problema da risolvere. Un meccanismo che non si chiude mai perché non è così che funzionano il tempo e lo spazio, non c’è una logica standardizzata per quanto riguarda tutto questo, a dispetto di quello che vogliano farvi credere altri infiniti libri o serie televisive.
Quindi molto probabilmente quella mattina non è neanche quella che abbiamo conosciuto noi. È un’altra.
Non c’è un’ultima realtà.

|Challenger, Guillem Lòpez (traduzione Francesca Bianchi, illustrazioni Sonny          Partipilo), Eris Edizioni
Eris/Amazon

 

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2 thoughts on “Consigli | Challenger, Guillem Lòpez

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