Indie BBB Café | Exòrma Edizioni, Artico Nero

Nuovo appuntamento in compagnia dell’#IndieBBBCafé! Passiamo il mese di aprile in compagnia di Exòrma Edizioni.


Artico nero di Matteo Meschiari si trova in equilibrio perfetto tra la bella antropologia e la letteratura incantevole. Si tratta di sette storie ambientate nella zona circumpolare, sette luoghi dove il ghiaccio si scioglie per svelare vecchi inganni o terribili promesse.
Matteo Meschiari aveva già portato sulle pagine il suo mestiere di antropologo con diverse pubblicazioni tra cui Spazi Uniti d’America (Quodlibet), ed è con questo volume che aggiunge un nuovo tassello all’antropofiction, e il romanzo è inserito del resto nella collana Scritti Traversi di Exòrma Edizioni, dove si aprono “finestre su grandi orizzonti”.

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Del resto è questo Artico Nero: storie, racconti, basati su dati etnografici, una panoramica sull’Artico con un itinerario ben preciso. Dai Nenet della Siberia dove un alce riaffiorato dal permafrost  rimette in circolazione l’antrace, a Thule in Groelandia, fino ai popoli usati come flagpole in Canada nel 1953, dove gli Inuit sono una semplice bandierina per delimitare un territorio conteso. Il registro saggistico si unisce a una narrazione diretta, un vero e proprio pugno allo stomaco, senza però cadere in una malinconia stucchevole, cosa che effettivamente, è sempre messo bene in chiaro, è necessario evitare. Perché sì, queste storie sono tutte basate su documentazione e ricerca, ma i dati sono spesso carenti: la lacuna è colmata dalla letteratura. Del resto la realtà è sempre alterata. Quindi, ciò che conta davvero in questo caso, è riuscire ad avvicinarsi il più possibile. Essere lì, nell’Artico, in maniera tale da poterne osservare i dettagli dei suoi momenti critici.

“La cartografia eurocentrica è una gran fregatura.”

Così come è ingannevole il punto di vista dell’antropologo su campo che parla a nome di tutti, quel noi che Meschiari vuole evitare. E ci riesce perfettamente. Lo storie di Artico Nero parlano a nome dei popoli citati, certo, ma svelano come dietro a ogni popolo ci sia una persona ben precisa. Un uomo, un bambino, una figlia. Raccontare solo e solamente i popoli è semplicemente una nuova sfumatura di etnocentrismo, e non renderebbe il narratore tanto diverso dal colonialista che modella scaltramente il mito del buon selvaggio, l’arma buonista più tagliente di un impero coloniale.
Ed essere capaci di raccontare cosa si celi dietro, dentro, tutto quel ghiaccio non serve solo a ricordare, serve anche a capire. Lo sguardo coloniale è sempre, e sarà sempre fuori contesto, ma oggi si è evoluto nella sua forma estetizzante, quella, che come fa notare Meschiari, fa scattare l’obbiettivo per poi appendere la foto in un salotto dabbene. Bisognare contare un poco alla volta, considerare le liste, tener traccia dei luoghi.
Bisogna essere arrabbiati per capire.

“Il punto è vedere come reagisci ai modelli identitari venduti dalla città. I giovani si suicidano ovunque, in ogni cultura, ma i giovani che vivono sulla propria pelle la fine di una cultura tradizionale sono i più esposti. Sono loro a pagare il prezzo più alto nei movimenti di assestamento e di ridefinizione del soggetto. Soprattutto se il modello sdoganato è sproporzionato rispetto all’offerta reale. Anche qui, per capirci: vedi New York in TV e ti svegli a Nuuk. Come bere Coca-Cola calda o navigare a 1 mega.”

Il ghiaccio è un vaso di Pandora.
L’imposizione del modello sedentario, che va a distruggere il nomadismo cancellandolo con prepotenza, effettuando la sua normalizzazione (bambini rapiti e affidati a famiglie norvegesi, ricollocamento dei popoli in zone differenti, stravolgendone le abitudini e le motivazioni, inganni e stravolgimento culturale perpetrato con alcool e droghe), appiattire una cultura per renderla omogenea, per far sì che non sia così diversa non ha eliminato il fascino, l’immaginario di ciò che si nasconde sotto tutto quel ghiaccio. L’Artico è carico di esotismo, è un luogo dove tutto ciò che un uomo crede crolla, Si disfa. Ci sono luoghi, e momenti, dove “essere animali o uomini era la stessa cosa”.
La Cosa di Carpenter, Ice (l’episodio otto della prima stagione di X-Files), La Nube purpurea.

“Antrace zombie, renne zombie, Nenet zombie. Un’ennesima declinazione dell’apocalisse pop che si abbatte su Homo hybris hybris.”

Ma il permafrost svela davvero nuovi orrori, come nel caso dell’antrace. L’Artico è una distopia vicinissima. È un immenso contenitore, e oggi qualche voce si fa sentire, l’attenzione al clima, le istituzioni che si occupano di aiutare i giovani. Ma non sembra essere abbastanza, e Meschiari inserisce una lunga lista di popoli alla fine del volume. Per far sì che la macchina occidentale capisca.

La mappa che potremmo disegnare è quella di un Artico spettrale, dove è possibile collocare precisi momenti di tensione che diventano materia letteraria, creando un romanzo a più voci, dove ogni storia ha uno stile differente, dal taglio giornalistico al doloroso cinismo dell’ultimo racconto.

 

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