Talking about | Letture del 2016

Gli anni passati cercavo di fare, per quanto possibile selezionando tra una marea di letture, una mini classifica delle letture migliori e di quelle peggiori.
Quest’anno farlo è tecnicamente impossibile. Ci ho provato, rendendomi conto che prima di tutto ho letto veramente tantissimi libri belli, quindi selezionarne solo cinque è abbastanza utopico (ho letto ottanta libri, come al solito, ma rispetto agli scorsi anni ce ne sono stati davvero tanti meritevoli, e qui trovate l’elenco completo su Goodreads). Proprio per l’immensa qualità delle letture e visto quanto sia già stato difficile selezionarne poche tra queste, metterle in ordine dal primo all’ultimo è pura follia.
Per quanto riguarda le peggiori ho poco da dire. Ho evitato i libri brutti, andando a pescare nel trash ma consapevolmente (vedi la rubrica CNM). L’unica grande sofferenza del 2016 ve la dico subito (ma lo sapete già): The Cursed Child (qui la recensione, sempre su Goodreads, ero troppo affranta, sono troppo affranta, per scriverne sul blog). Ancora spero che la Rowling riveli che si tratti in realtà di una fan fiction di Potterina90.

Quindi beccatevi questi dieci libri ordinati in ordine di lettura (facciamo le cose con criterio qui).
Scegliendoli tra gli altri mi sono resa conto che è stato un anno all’insegna del distruggere per ricostruire. Di esseri umani persi per strada che riescono a ritrovarsi, con qualsiasi mezzo possibile.
Alla fine aggiungo anche altri tre consigli spassionatissimi, perché tenerli per me sarebbe stato scorretto.

Furore, John Steinbeck (Bompiani)
Furore è una grandissima storia, il viaggio di una famiglia che sfrattata dalla sua terra (terra e famiglia, tutto il romanzo si potrebbe riassumere in queste due parole) cerca di raggiungere la California, dove ci saranno casette bianche, arance da cogliere, e così tanta uva da farci il bagno.
Un viaggio che ricorda l’esodo biblico, ma anche qualcosa di fin troppo attuale.
Il furore che matura nei cuori di questa gente è un furore che non trova mai sfogo, perché non si ha radici, i migranti diventano nomadi e vengono trattati come vagabondi.
La famiglia Joad ci dimostra in mezzo a tutta questa polvere (e ai disegni insensati che riesce a creare in mezzo a dei terreni disastrati o nel cuore del deserto) cosa si fa, come si fa ad andare avanti, fino all’ultima pagina, che è semplicemente un capolavoro.

Teatro Grottesco e La cospirazione contro la razza umana, Thomas Ligotti (Il Saggiatore)
Ho messo questi due titoli insieme perché effettivamente pur non riuscendo a fare una classifica precisa per me Ligotti è stata la scoperta dell’anno.
Teatro Grottesco è un terreno apparentemente asettico su cui riescono però a sorgere orrori fin troppo fertili. Affrontare la lettura di questo romanzo è come metter mano dentro un barattolo il cui contenuto non ci è noto.”Parole d’ordine”: insensatezza, fili invisibili, luci tremule, strade fredde, carnevali, giostre guaste, stanze umide, infestazioni, soglie (da non varcare mai), caffè angusti.
Il lirismo raggiunge livelli che vi faranno venire i brividi. Thomas Ligotti riesce poi a mescolare gli orrori, i tremori, con l’arte. La maneggia e la innalza ad artefice di qualsiasi cosa, fino a renderla grande distruttrice.
La cospirazione contro la razza umana è un’opera terribile che avviene ogni giorno. Ligotti apre di fronte al lettore un sipario svelando le incertezze e l’instabilità della vita umana, la storia di come l’uomo, dai primordi, ha soppresso la propria coscienza, ha riposto in una stanza lontana il vero sé stesso, nascondendosi insieme ai suoi simili, in mezzo ai suoi simili, grazie a processi che lo hanno aiutato a sopportare questo incredibile fardello che è la vita.
Perché è la vita la cospirazione, insieme al perturbamento che essa causa.
Ligotti, con una dialettica sublime, con voce sardonica, parla di letteratura, di come solo alcuni siano riusciti a svelare il nostro costante disagio verso qualcosa, verso quel perturbante, quell’atmosfera che pochi sono riusciti a mostrare. Quel qualcosa insomma che allarma la nostra coscienza, che tenta di svegliarla. Ed è il soprannaturale è la forma che l’uomo ha dato al perturbante, generando orrori interiori ed esteriori.
E come sopravvivere? Le risposte ci sono, Ligotti (che per me si trova in mezzo a quelli che lui stesso onora di aver saputo dare vita a quell’atmosfera indicibile) ne snocciola alcune citando filosofi e demolendo religioni. Ma all’uomo, vittima di sé stesso, vittima di una cospirazione senza radici e per questo imbattibile, sicuramente non piaceranno.
La nuova Justine ovvero le disavventure della virtù, Marquis de Sade (Garzanti)

Sade è un distruttore, non ha bisogno di alcuna spiegazione (né di spiegarsi).

I gatti non hanno nome, Rita Indiana (NN Editore)
Questo romanzo è praticamente meraviglia confezionata.
Una ragazza, di cui non conosceremo il nome, ci racconta il passare delle sue giornate, mentre cerca di scoprire sé stessa. Giornate lunghe e calde (riusciamo a sentirle) passate nella clinica veterinaria dello zio, con l’amica Vita (un rapporto che crescerà, molti pezzettini si metteranno accanto a formare parole nuove), con un haitiano dalla voce sembra “sciroppo per la tosse”.
Il romanzo è pieno zeppo di informazioni. Volti, profumi, lo stile di Rita Indiana ha un ritmo sfrenato, coinvolgente. Ci passano davanti immagini, momenti, scarti (gabbie vuote, barattoli di curry infranti, muri appena tinteggiati). Oggetti ben precisi anche, dischi di Jim Morrison e libri sul buddhismo.
Avete presente no? Narrativa sudamericana = realismo magico.
Beh, non è del tutto scorretto anche in questo caso. Il punto è che qui c’è qualcosa di più. Quel realismo magico, di madri folli e racconti bizzarri e ogni volta diversi, ci sono scritte al neon che compaiono sulle fronte della gente, una follia da droga leggera.
Ma in tutto questo la narrazione va avanti, e succede sempre qualcosa.
(Qui il Get this now).
Sottrazione, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni)

Sottrazione segue sì un criterio che va a eliminare un certo numero di battute per ogni racconto, dalle 18233 del primo alle 163 dell’ultimo (spazi compresi), ma effettivamente la premessa iniziale è la cosa più reale del romanzo, l’unica verità: “Scrivere per sottrazione è moltiplicazione”.
Ciò che invece è veramente precario e quasi subdolo in questi racconti è il legame con la realtà.
Sperduti gioca con le parole, traccia sentieri surreali e utilizza il linguaggio per intaccare tutto ciò che lo circonda, provocando distorsioni, fraintendimenti e pura libidine lessicale.
Le immagini che ne nascono sono guaste, ma narrate chirurgicamente, niente viene lasciato indietro, neanche quello che è stato sottratto alla realtà.
Il punto è che il mondo reale, per quanto piegato alle leggi del linguaggio di Sperduti, non perde mai linfa vitale, ed è in continuo divenire.
Diciamolo apertamente, Sperduti si diverte un sacco.
Salta da una cronaca assurda all’altra, ci trascina via, ci lascia nel bel mezzo di una situazione orribile per osservare il panorama (La rete), ci mette in bocca (sopratutto in testa) parole che non ci sono.
Se il linguaggio serve per comunicare allora serve per interagire, e in questo caso l’interazione avviene con qualsiasi cosa abbiamo intorno.
“Se le cose dovessero svegliarsi, dopo tutto questo tempo, sarebbero affamate.”
Per questo è assolutamente necessario leggere Sottrazione, perché c’è ma allo stesso tempo vive solo nella vostra testa. È la geometria cerebrale che vi fa credere che ci sia un ultimo gradino in fondo alla scala, ma in realtà il vostro piede cede sul pavimento. Ma qui, alla fine, quel gradino spunta davvero.
Scrivere per sottrazione è davvero moltiplicazione, perché più si scivola verso il basso più ci si sente circondati. Il precipitarsi verso una pagina sempre più bianca non porta incontro al vuoto, bensì verso molteplici forme di vita. Forme che non sono mai uguali, perché ogni racconto è sempre diverso, ogni volta illogico o sorprendente in maniera nettamente diversa rispetto all’ultimo.

(Qui il Get this now)
Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Michele Mari (Einaudi)

Un canzoniere struggente e allo stesso modo infimo.
Da Shakespeare a Ladyhawke, il passo è davvero brevissimo (bello e crudele).

(Qui il Turn of the Brew scritto da Alessio)
Io sono vivo, voi siete morti, Emmanuel Carrère (Adelphi)
Questa biografia di Dick non solo l’ho divorata, ma ho anche riletto come una matta diversi passaggi per diversi giorni.
Un Impero che non è mai cessato, la continua lotta tra finzione e realtà (ma sopratutto tra il koinos e l’idios kosmos, battaglia infinità ancor più terrificante perché propria dell’uomo, interna e feroce, ma anche della macchina-simulacro) per conquistare l’egemonia. 
La storia di Dick è certo riflessa nei suoi romanzi, tra il ghigno di Palmer Eldritch e l’eterna inconsapevolezza di Hawthorne Abendsen, ma è sopratutto la figura continuamente sospesa di Dick stesso, sempre al confine e che coglie sempre l’occasione, fortunatamente, di dire la sua, cercando di varcare lo specchio, o almeno cercando di decifrare le scritte che vi compaiono.
 
Amore in forma chiusa, Roberto Piumini (Il melangolo)

Un canzoniere pieno e rigoglioso nello stile della grande poesia trecentesca, ma in realtà, giustamente, ben diverso e molto più contemporaneo. Come ammette lo stesso Piumini il suo non è un canzoniere diviso in una prima parte gioiosa e in una seconda ben più lacrimevole. La sua raccolta è l’orgoglio di un amore in tutte le sue forme: la complicità, l’ironia, la dolcezza, la sessualità (i sonetti erotici sono forse quelli più belli).
Questi componimenti sono così giochi d’amore, piccole delizie da scartare poco alla volta, da leggere sorridendo.

Hogfather, Terry Pratchett (Corgi)
Non contenta quest’anno ho deciso di iniziare anche una delle saghe più infinite di sempre: Discworld.

Tutti i personaggi di questo episodio durante la Hogswatchnight vanno incontro a un processo comune: mettere in discussione ciò in cui credono.
Teatime che semplice distruttore non riesce a capire appieno i complessi meccanismi della mente umana e Morte che al contrario ci prova con tutto sé stesso, diventando assurdamente creatrice di fiducia e speranza. E Susan che si trova in un limbo in cui non vuole credere, vuole solo cose normali, una vita normale, nonostante, avendo dei geni un po’ particolari, sia in grado di vedere tutte le creature impossibili che infestano il Mondo Disco. Dai bogeyman alla Fatina dei denti.
Tutti e tre devono fare i conti con una cosa semplicissima: comprendere il bisogno umano di credere in qualcosa. Ed è questo il motivo per cui Hogfather deve essere salvato.
Le tradizioni hanno radici antiche, primordiali.
E Hogfather è una divinità che un tempo si occupava semplicemente di far sorgere il sole, o almeno, questo era il lavoro che l’umanità agli albori gli aveva assegnato, ma poi, passando il tempo e di conseguenza le necessità umane, si è ritrovato a portar doni ricevendo in cambio sherry e pork pie. Old gods, new jobs spiega Morte.
Hogfather è la personificazione antropomorfica del Natale e l’uomo è una creatura mitopoietica, ovvero “Means we make things up as we go along.”
Terry Pratchett riesce a dissacrare completamente la tradizione natalizia e al contempo portarla all’apoteosi, insieme ai bogeymen e ai disegni che facciamo da bambini, quelli dove il cielo è solo una riga azzurra in cima alla pagina.
“TRICKERY WITH WORDS IS WHERE HUMANS LIVE.”
E il bisogno di credere in qualcosa di irreale è ciò che ci rende così imperfettamente umani. Ci rende creatori, ci rende qualcosa di molto più speciale, malgrado molto più fragile, di creature senza cuore come i Regolatori, che non riescono a concepire nient’altro se non il niente assoluto. Quindi come possono tollerare la fiducia che la razza umana pone nell’universo?
La conversazione finale tra Morte e Susan io vi consiglio di leggerla, stamparla e attaccarla all’albero di Natale, come cinica celebrazione.

(Qui il post Natalizio del BBB, altra conquista del 2016! Preparatevi, nel 2017 avremo un BBB- Segnale).
Ed è diventato un delirio chilometrico.
Per finire vi consiglio altre meraviglie scoperte quest’anno.
Bone di Jeff Smith (Bao Publishing), un fumetto che rileggerei ancora e ancora. La storia dei tre fratelli Bones è un’epopea fantasy all’ennesima potenza, ma in realtà è anche molto di più. Non fatevi ingannare dalla sua mole. Lo divorerete.
Volevo anche consigliarvi LA serie tv dell’anno. Potrei consigliarvi Stranger Things, ma credo che l’abbiano già fatto in molti (e se ancora non l’avete vista occupatevene prima di togliere le lucine natalizie).
Quindi vi consiglio Gravity Falls (qui il trailer. E vi dico una cosa, l’HBO può impegnarsi quanto vuole, ma non supererà questa sigla). E no, non è una serie tv, è una serie animata Disney, ma vi assicuro che sarà capace di travolgervi quanto Stranger Things, assicurato. Prendete l’effetto mind blown di Adventure Time eliminando però le sue sfumature più inquietanti (per me AT è come Twin Peaks) e aggiungete umorismo e avventura a palate. Una storia che dura un’estate, non un giorno di più, non uno di meno, ma che attraversa infinite dimensioni.
Per quanto riguarda il film, che ve lo dico a fare. Mi sono emozionata di più quando ho visto Darth Vader in Rogue One che quando mi sono laureata.
Auguri miagolanti. E grazie per seguire i miei deliri, vi prometto che quelli del 2017 ci porteranno dritti a risvegliare Yog-Sothot.
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