Turn of the Brew | giovedì 15 dicembre

(Turn of the brew è un rubrica a cadenza irregolare, malgrado i giovedì che non capiamo siano regolarissimi. Per questo chiunque è invitato a partecipare.
Niente di speciale o cerebrale.
Semplicemente, partiamo da un facile assunto:
libro < libro + caffè < libro + caffè + cibo
Una categoria a parte è quella:
libro + alcool.)

Ci sono mattine che devono essere affrontate con il giusto spirito.
Perché ci sono scadenze e incombenze, perché noi prima di far l’albero di Natale abbiamo deciso di distruggere la cucina per farne una nuova e quindi: mattonelle lisce o opache?
Non saprei, e mi impanica di più trovare l’ordine corretto alle mie letture in realtà.
Quindi ci vogliono certe cose, un cannolo strabordante di ricotta o ancora meglio una pesca impregnata di alchèrmes. E un salto nel vuoto.
E vi assicuro che Albero di carne di Stephen Graham Jones (Racconti Edizioni) è un bel salto nel vuoto. O meglio, è scegliere di addentrarsi dentro un bosco innevato, sapendo che non sarà possibile ritrovare le nostre tracce e tornar indietro.
Albero di carne è una raccolta di racconti che non vi darà tregua. Vi offrirà placidamente la stessa sensazione di terrore di quei momenti in cui non vorreste guardare ma siete costretti a farlo, perché non potete farne a meno.
Nell’anno in cui ho conosciuto Ligotti non pensavo di poter esser così fortunata da trovare così facilmente un degno avversario al suo terrore, seppur capace di un orrore del tutto diverso, più materiale e quasi fiabesco.

“Poi il mondo per come l’avevamo conosciuto, finì.
Per sempre. 
invece di fare un tonfo nell’acqua, Melanie si fermò per un’istante sulla superficie in posizione raccolta, a palla di cannone, con gli occhi chiusi, tutto il peso sulle reni, con i capelli che erano l’unica cosa sott’acqua e poi anche lei lo sentì – che non stava affondando – e aprì gli occhi, li spalancò, inarcò la schiena per evitarlo, con la bocca atteggiata in un grido, e si capovolse, veloce come un gatto. Una volta, due volte, tre volte, finché non fu al largo, dov’è l’acqua profonda, dove il dolce pendio della riva scendeva bruscamente nel’acqua fredda. Era ancora sulla superficie e si divincolava, urlava e tutto quello che in lei aveva ancora dodici anni stava morendo. Alla fine, ancora divincolandosi, chinò la bocca sui lacci dei polsi poi portò le mani ai lacci delle caviglie e poi cercò di alzarsi in piedi, ma cadde in avanti, puntellandosi sui palmi delle mani, con i capelli come un sudario nero intorno a lei. guardò verso di noi attraverso l’acqua e gli occhi erano ormai l’unica cosa umana in lei e sembrava che mi implorassero, poi si girò con un guizzo, iniziò a correre sulla superficie a quattro zampe, per tutta la larghezza del lago, due chilometri, lasciandoci lì affondati fino alle ginocchia in quello che restava delle nostre vite.”

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