Get this now | Faber

Faber di Tristan Garcia (NN Editore, traduzione di Sarah De Sanctis) è la storia di un uomo non convinto di essere tale. Faber è un diavolo, un demone esasperante, un profeta. 
La prima volta che lo incontriamo ha le sembianze di un uomo distrutto, invecchiato precocemente, putrescente, lo specchio di quello che era una volta. Lo sappiamo, sappiamo quanto è cambiato, anche se non l’abbiamo mai incontrato prima. La sua migliore amica Madeleine lo raggiunge nell’Ariège, sui Pirenei, per portarlo a casa.

Ed è così che Tristan Garcia ci fa conoscere Faber all’inizio, attraverso gli occhi dei suoi due migliori amici, che sono tornati al suo cospetto dopo anni, dopo aver ricevuto entrambi una lettura con una richiesta d’aiuto, una lettera scritta in un codice che solo loro conoscevano un tempo. Un codice creato quando Faber era potentissimo. 
Madeleine e Basile rievocano nei primi capitoli l’immagine di Faber di un tempo, Faber il distruttore. Colui che sì, li ha salvati entrambi dal bullismo, dalle continue prese in giro, li ha risollevati e ha cancellato e loro esistenze mediocri fornendo loro idee, congetture e, ovviamente, sé stesso, un amico irresistibile, un amico capace di qualsiasi cosa. 
Ma Faber crescendo è divenuto il male ai loro occhi, un capriccio, un insolente di cui essere solamente gelosi. Faber sembra essere ora crollato sotto il suo stesso peso, ma chi davvero sembra distrutto e avvelenato sono i suoi amici di un tempo. 
E quindi? Chi ha inviato quelle lettere?

“Il tono sconvolto di Maddie dall’altra parte del filo mi ha fatto capire che probabilmente avevamo commesso un errore: non aveva il sangue freddo necessario per riportarlo in città. Quanto a me, non avevo nemmeno avuto il coraggio di andare a prenderlo nell’Ariège.”

Il romanzo, che gioca con il Faber del passato e quello del presente, flâneur incosciente in una città che si chiede come possa essere tornato derelitto, come possa essere ancora senza una corona, ha come sfondo questo insidioso mistero. Chi davvero ha spedito quelle lettere? Si tratta di un complotto che prende forma poco a poco, mentre la figura di Faber assume contorni ben precisi, così come quella dei suoi amici di un tempo. Al centro la fittizia città di Mornay negli anni novanta, con le sue novità e le sue battaglie politiche. Sorelle che se ne vanno in Erasmus, dischi mai sentiti, genitori che preparano la merenda. E le discriminazioni e le rivolte studentesche. Tutto sembra cambiare, lentamente, macinando il reale.

E bisogna a questo punto aggiungere che Tristan Garcia, oltre a saper narrare uno storia mostrando direttamente al lettore ciò che ha bisogno di vedere, è uno dei massimi esponenti del realismo contemporaneo. La storia è lì fuori. E Faber è reale quanto la storia stessa. 
Per me quindi più che distruggere Faber riesce davvero ad annichilire la realtà. A ridurla un niente. Faber azzera i suoi amici, i suoi genitori, le credenze. È un mutaforma affamato di realtà, ma allo stesso tempo è un essere umano inadatto, che stringe sé stesso e gli altri in una morsa soffocante.

“Lui, vestito da Mandrake, teneva nella mano destra il suo portafogli, quello con una foto di me a tre anni infilata sotto la plastica. Ha mormorato: «Mentre facevo il mio numero è riuscito a rubarmelo.. ti rendi conto?».
«Basile» mi ha posato la mano sulla spalla «il tuo amico… stacci attento, piccolo mio».
«Ma papà» ho protestato «con me è gentile».
«Volevo dire: veglia su di lui».
Poi mio padre ha messo via le sue cose da mago e non le ha mai più tirate fuori.”

Faber è un demone manipolatore molto probabilmente, ma riesce a dimenticarsene, perché conscio della realtà. Per questo, pur non ottenendo praticamente niente, è un costruttore, molto più dei suoi amici, ancorati a una visione della realtà terribile, vittime di un incantesimo che Faber in realtà non ha mai lanciato davvero, per quanto le sue azioni sia state spesso terribili e meschine. L’unica che riesce ad approcciarsi a Faber è Estelle Wade, una ragazza che non lo teme, non lo onora di attenzioni mistiche come fanno Madeleine e Basile. 

“In mancanza di una testimonianza diretta, non c’era modo di confrontare la sua versione. Ma sentivo anche quanto esagerava. Non mi ero mai visto, percepito, o sentito così. È attraverso i suoi occhi che ero diventato così diabolicamente pieno di forza, di intelligenza persino di bellezza.”

Questo romanzo parla a nome di una generazione, o molto probabilmente parla a nome di tutte quante. Delle emozioni che si ergono come ostacoli, del comprendere i cambiamenti attraverso il lento scorrere del tempo, il vero demone della storia. 

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