Talking about | La donna del tenente francese, osservare

Una donna all’estremità di un molo che fissa il mare. Due novelli sposi che fissano la donna. 
La donna è Tragedia, la puttana del tenente francese, Sarah Woodruff. 
Il romanzo di John Fowles ha tutte le carte in tavola per essere il vostro nuovo romanzo vittoriano su cui struggervi, perdendovi tra i pensieri di un’eroina femminile, maledicendo l’uomo che sembra non capire. 
“Restarono così a lungo, la donna che era la porta e l’uomo senza la chiave.”
C’è Sarah con tutti i sintomi di una malinconia che non vuol scomparire, Charles un facoltoso paleontologo dilettante, la sua fatua e borghese promessa sposa Ernestina. 

Ma il vero punto di forza di questo romanzo è che si tratta di un gioco. È un romanzo vittoriano? Certo che sì. Ma è stato scritto nel 1969.
Non c’è solo lo spettacolo ottocentesco con i suoi drammi infiniti, ma c’è anche la voce dell’autore che, mettendo al centro Sarah (attenzione, mettendola al centro e basta, perché il punto di vista di Sarah non compare mai) si diverte a mettere in moto i meccanismi morali di quel tempo, divertendosene e criticandoli in maniera tagliente. 
Il libero arbitrio, il rapporto mutevole tra i sessi, l’etica che tende a marcire lentamente per colpa di un’ipocrisia che non riesce nemmeno a nascondersi, Fowles non risparmia alcun commento. 
“C’era poi nei vittoriani un elemento curiosamente egizio: quella claustrofilia di cui danno così chiara testimonianza i loro abiti avvolgenti e mummificanti, la loro architettura di finestre strette e di angusti corridoi, la loro paura del nudo e dello scoperto. Nascondere la realtà, escludere la natura. Il movimento artistico rivoluzionario dei tempi di Charles fu ovviamente il preraffaellismo; i suoi esponenti si sforzavano se non altro di accogliere la natura e la sessualità, ma basta confrontare gli sfondi pastorali di un Millais o di un Ford Madox Brown con quelli di un Constable o di un Palmer, per vedere come era idealizzato e scenografico il modo in cui i primi si accostavano alla realtà esterna. A Charles dunque la chiarezza della confessione di Sarah – chiara in sé e per di più presentata nella chiara luce del sole – sembrava rivelare non tanto una realtà più aspra, quanto un barlume di un mondo ideale. La sua stranezza non era nell’essere più reale ma nell’esserlo meno; un mondo mitico nel quale la nuda bellezza era quasi più importante della nuda verità.”

Questo incantevole e sottile gioco sentenzioso non perde mai acume, ma cresce d’intensità insieme al volgere degli eventi, la narrazione corre su questi due binari, il dramma ottocentesco e la spietata analisi metanarrativa di Fowles. 
È l’autore il vero osservatore. Il vero scienziato. Non Charles con i suoi fossili, non Ernestina con le sue continue manie di controllo morale, ma Fowles che con la figura di Sarah crea un terremoto che sconvolge la vita di tutti quanti, una donna che è allo stesso tempo melanconica figura ottocentesca e indipendente donna moderna. 

La conquista dell’autore è palese proprio alla fine del romanzo, dove sono presenti ben tre finali possibili, ognuno capace di dimostrare come ogni certezza sia capace di crollare, con addirittura ben poco clamore. Il narratore ci ha offerto un dramma, portandoci così vicino ad esso per ricordarci quanto ne siamo irrimediabilmente estranei. 

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