Get this now | Anche noi l’America, lunghe telefonate

Anche noi l’America è uno sguardo neanche troppo di sottecchi a quelle persone che di solito ci sfilano davanti e neanche ce ne accorgiamo. Ma quando ci mettiamo davvero ad ascoltarle ci rendiamo conto di quanto possono raccontarci. 

NN Editore colpisce ancora, ci stritola per l’ennesima volta, in questo caso mettendoci tra le mani questa splendida opera di Cristina Henrìquez (traduzione di Roberto Serrai), un romanzo corale con un carico emotivo da farvi perdere i sensi. 
I personaggi di questo romanzo sono partiti dal loro paese per raggiungere l’America, pieni di speranze, sogni, progetti. Ma più che il loro passato è il loro presente che ci scivola sotto gli occhi e tra le mani. I brutti edifici grigiastri, l’aria pesante, i supermercati dove non si conosce niente e si riconosce poco. 
Maribel Rivera dopo un incidente non è più la stessa e i suoi genitori decidono di abbandonare il Messico, una bella casa, un ottimo lavoro, per permetterle di frequentare una scuola che le dia la possibilità di affrontare al meglio i suoi problemi. 
I genitori di Mayor Toro invece hanno abbandonato Panama perché non era più il luogo dove erano cresciuti, dove si erano innamorati. Era un posto distrutto.
E quel grosso palazzo di cemento e calcestruzzo ospita molte altre persone che se ne sono andate, che sono state costrette a farlo o che semplicemente volevano farlo, che ora sono lì, nel Delaware, lontani dalla loro patria, da ciò che che hanno sempre conosciuto. 
“Con l’acqua e la sabbia mia madre disse che era quasi come un pezzetto di Panamà. Le onde ci venivano incontro ruggendo per poi tornare indietro in silenzio, scivolando sulla costa. Anche con la neve l’aria sapeva di acqua salata e i gusci delle conchiglie scrocchiavano sotto i nostri piedi. Una spiaggia, però, non è tutte le spiagge. E una patria non è tutte le patrie. E secondo me lo sentivamo tutti, su quella spiaggia, quanto eravamo lontani dal posto dove eravamo venuti, in un modo che era bello ma anche brutto. «Com’è bello» disse mia madre, fissando l’oceano. Poi sospirò e scosse la testa «Questo paese».
Sono gli Unknown Americans del titolo originale.

Questo è un romanzo che parla di intimità, di sentimenti così puri fino diventare quasi violenti, di rapporti che si costruiscono poco alla volta e che poi crollano di colpo, con un frastuono che in realtà sentiranno in pochi.
E mentre conosciamo le loro vite aumenta la voglia di saperne di più, sapere quanto stia migliorando Maribel a scuola, vogliamo origliare le telefonate tra Celia Toro e sua sorella Gloria.
Perché ciò che si nasconde in mezzo ai permessi di soggiorno, ai lavori umilianti, alle telefonate tra due persone troppo lontane, alla sensazione della sabbia tra i piedi, in mezzo a ogni parola c’è la fiducia nelle infinite possibilità.
Milioni di possibilità, infiniti progetti. E l’unica certezza di essere a casa, ovunque essa sia.
“Perché un posto ti può fare molto male, ma se è casa tua o lo è stato una volta, lo ami comunque. Funziona così.”



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