Talking about | How to get away with Franzen

Il titolo del post non ha molto senso, perché io con Franzen non ho bisogno di farla franca.
Se mi è piaciuto Purity? Tantissimo. 
Non fate passare altro tempo, prendetevelo e leggetelo. L’hype che mi ha schiaffeggiato per mesi (io lo volevo già comprare in lingua) non si è dissolto in una delusione vaporosa, per niente.

Ancora una volta la storia è quella di una famiglia. Più o meno. 
Perché non si parte avvantaggiati come nei romanzi precedenti, qui la famiglia c’è, ma non si vede. Come sempre Franzen utilizza diversi punti di vista, mette in scena tutti i suoi personaggi per immergersi completamente in un percorso fatto di emozioni altalenanti e, in questo caso, obbiettivi da raggiungere. 
Perché questa volta non si tratta di fare “solamente” un bel giro sulla giostra della crescita, dei legami, ma di ottenere qualcosa, e viene costruito con una crudele lentezza che porterà alla consapevolezza, quella del lettore, quella di Purity che cerca suo padre, quella di Andreas Wolf che cerca di liberare sé stesso. 
“Andreas venne sopraffatto dal contrasto tra amore e lussuria. L’amore si rivelava un sentimento opprimente, nauseante, stranamente claustrofobico: rinchiuso dentro di lui c’era un senso di infinità, di peso infinito, di potenzialità infinite che potevano manifestarsi solo attraverso una ragazzina pallida e tremante con una brutta giacca a vento. Toccarla era l’ultima cosa che gli veniva in mente. D’istinto si sarebbe buttato ai suoi piedi.”
Ogni pezzo va lentamente al suo posto, combacia con gli altri, attraverso un lavoro che comprende salti temporali, legami famigliari e una sana quantità di rabbia.
“Se tu dovessi divulgare il mio segreto, la gente ti crederebbe. Ma se io divulgassi il tuo, direbbero che ho falsificato la mail per qualche ragione malata, perché sono una ragazza. In teoria noi ragazze abbiamo almeno degli straordinari poteri sessuali, ma ultimamente ho scoperto che si tratta di una bugia raccontata dagli uomini per consolarle del fatto che il potere è TUTTO in mano loro.”
Del resto, come i romanzi precedenti (inutile cercare di non fare un confronto secondo me), Franzen, con i suoi lunghi periodi e i suoi dialoghi perfetti, riesce a fare un po’ male al cuore, ma stavolta è quasi liberatorio. 

Il punto è, Purity ha una trama grandiosa e dei personaggi potenti. Giovani, distrutti, malsani, capaci di raccontarsi in maniera completamente trasparente. 
Del resto si parla di purezza no? Ma Franzen per parlare di tutto questo si insinua nell’America che ha fatto dello spionaggio, dei leaks, un’arma a doppio taglio, dei grandi personaggi disincantati, dell’internet come il nuovo grande totalitarismo. Parla del giornalismo d’inchiesta, della trasparenza legata a una morale, di maschere costruite nel tempo. 
E in fondo questa Purezza tanto ricercata coincide con l’Assassino. Purity che nasconde con astio il suo vero nome, Andreas Wolfe che non trova fine ai tormenti che lo hanno reso quello che è. La vera trasparenza è la paura. Non la stessa paura di vivere in un mondo governato da un regime “così debole e pavido da erigere un muro per imprigionare quelli che aveva liberato”. È una paura la cui purezza è corrotta, per sempre.

Purity è un romanzo che parla di ricerca, di segreti nascosti con attenzione, di amicizia e ovviamente di legami. L’unica pecca, sul finale si respira un’atmosfera già sentita, e mente iniziavo il penultimo capitolo e poi lo finivo mi sembrava di star rileggendo Libertà. Quella risoluzione repentina, che sì, ha un senso, però non sono riuscita a viverla con gli occhi spalancati come in tutto il resto del romanzo.

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