Get this now | I gatti non hanno nome

Questo romanzo è praticamente meraviglia confezionata. 
Una ragazza, di cui non conosceremo il nome, ci racconta il passare delle sue giornate, mentre cerca di scoprire sé stessa. Giornate lunghe e calde (riusciamo a sentirle) passate nella clinica veterinaria dello zio, con l’amica Vita (un rapporto che crescerà, molti pezzettini si metteranno accanto a formare parole nuove), con un haitiano dalla voce sembra “sciroppo per la tosse”.
Il romanzo è pieno zeppo di informazioni. Volti, profumi, lo stile di Rita Indiana ha un ritmo sfrenato, coinvolgente. Ci passano davanti immagini, momenti, scarti (gabbie vuote, barattoli di curry infranti, muri appena tinteggiati). Oggetti ben precisi anche, dischi di Jim Morrison e libri sul buddhismo.

Avete presente no? Narrativa sudamericana = realismo magico. 
Beh, non è del tutto scorretto anche in questo caso. Il punto è che qui c’è qualcosa di più. In mezzo a quel realismo magico, di madri folli e racconti bizzarri e ogni volta diversi, ci sono scritte al neon che compaiono sulle fronte della gente, una follia da droga leggera, un cinismo sottinteso.

“Presi il caffellatte che rimaneva in un bicchiere e lo rovesciai nel water. Avevo molta voglia di chiamare il gatto con il mio nome, ma le rare volte che quello aveva risposto erano dovute al fatto di aver pronunciato il nome nel luogo e nel momento opportuni, e ogni volta che ciò accadeva l’aria si faceva più pesante e sulo sfondo le cicale o il piccolo frigo della clinica vibravano con maggiore intensità.”

Ma in tutto questo la narrazione va avanti, e succede sempre qualcosa. E credo che la NN editore abbia riassunto tutto il romanzo dicendo che è per chi “vorrebbe i capelli profumati al gelsomino”. Potrebbe sembrarvi sciocco forse, ma è davvero così.

“Io rimasi zitta, con lo sguardo fisso sull’ora a caratteri blu sul display del VHS che balenava dietro a Zia Celia. Se le avessi raccontato quello che mi aveva detto la nonna la sera prima, si sarebbero dovute prendere per buone tutte le altre pazzie della vecchia. E Zio Fin, adorno di tutte le ghirlande e le perline tipiche di un Bodhisattva, era più intoccabile che mai. Decisi di aiutarla, ma senza dirle quello che sapevo, perché la vedevo che si aggirava in un labirinto per topi da laboratorio mentre il dall’alto, volendo, avrei potuto afferrarla per la coda e toglierla di lì. Ma per metterla dove?”

Questo romanzo offre una narrazione spontanea, senza sentimenti messi in bella mostra sul tavolo, ma semplicemente offrendo sensazioni precise, che vi colpiscono dritti in fronte senza neanche preoccuparsene troppo. E insieme alla bellezza di avere in mano qualcosa che si legge davvero raramente si è immersi in un’atmosfera esotica, brillante, per niente artefatta, che ricorda una di quelle mattine quando vi svegliate a un’ora decente e state alla finestra a godervi il sole. 


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