Get this now | spedizione artica, La materia oscura

La materia oscura di Michelle Paver è un libro affascinante. Non avevo mai sentito parlare di quest’autrice, lo ammetto, e sono rimasta piuttosto sorpresa quando ho scoperto che sono opera sua diverse saghe, spesso legate all’antropologia. 
Ovviamente mi ha catturato la trama. Nel 1937 una spedizione a scopo scientifico di cinque uomini si organizza per partire verso Gruhuken (solamente il nome evoca un qualcosa di spaventoso e gracchiante), isola nell’arcipelago delle Svalbard. Il protagonista, Jack Miller, di cui leggeremo il diario sempre più delirante, accetta il ruolo di operatore radio. Parte controvoglia. I suoi compagni appartengono all’alta società, sono ricchi, intraprendenti, e lui si sente a suo modo un reietto, a disagio. Orfano, povero, senza speranza alcuna di ottenere un qualche successo nella vita. Ma è subito chiaro quanto Jack sia a modo suo brillante. Grande osservatore, acuto, curioso. Alla fine parte, ma è subito chiaro quanto la spedizione sia condannata. Partono in cinque, ma a causa di alcune circostanze solo tre arrivano a Gruhuken. 
E non ci arrivano a cuor leggero. 

Si respira subito l’aria di disagio. Gruhuken è già minacciosa, in un modo sottile. L’equipaggio cerca di dissuadere la spedizione come fanno i poveri contadini con Jonathan Harker in volta verso il castello del Conte. 
Capiamo cosa sta per succedere. Anzi, sappiamo precisamente cosa sta per succedere visto che il prologo che abbiamo letto qualche pagina prima è una lettera scritta dieci anni dopo da uno dei sopravvissuti.

Dal momento in cui ha inizio la loro permanenza sull’isola prende vita un meccanismo di difesa, Gruhuken attua un vortice di terrore. 
Due sono i veri elementi di disagio: il buio e il silenzio. 
Paure primordiali che in questo posto prendono vita e attaccano lo sprovveduto che cerca di sopravvivere con una precisione chirurgica.
La maggior parte dell’anno a Gruhuken si svolge nel buio completo. L’ultimo sole tramonta ad agosto, e da quel momento bisognerà attendere sei mese per vedere una nuova alba.
Può sembrare una sciocchezza, ci sono le lampade, le notti stellate, i sigari e il whiskey. Ma la follia si insinua nel verde pallido a cui si abituano gli occhi poco a poco. E l’ancora più terribile silenzio, quel terrore nascosto persino nello scricchiolare dei propri passi sulla neve.

E la cosa incredibile è che Jack Miller ci viene inizialmente presentato come un uomo di ventotto anni che cerca proprio questo, qualcuno che vuol vedere nel cuore delle cose.
Senza amici, scontroso. Ma le cose cambiano e quando Jack rimane solo ovviamente impazzisce. 
Ed è tutto più tremendo se c’è di mezzo il rar. 
“Armstrong liquida tale condizione come una “stranezza” che capita ad alcune persone allorché si trovano a trascorrere l’inverno nell’Artico. A suo dire, si tratta semplicemente di bizzarre abitudini, come accumulare fiammiferi quasi fossero un tesoro prezioso, o controllare ossessivamente le scorte.”
L’infestazione presente a Gruhuken è qualcosa di molto potente, poichè è legata alla memoria del luogo. Al suo passato. E i posti ricordano, le memorie prendono vita.

Alcuni passaggi sono davvero subdoli. Non ho trovato quella somiglianza con Lovecraft che molti citano nelle recensioni (no ragazzi, solamente perché un poveretto perde il cervello questo non sta a significare che boom! sia come Lovecraft), ma mi ha scioccamente ricordato alcuni giochi per pc a cui ho giocato parecchio tempo fa. 
Alla fine la sopravvivenza è legata alla routine e Jack comincerà a comportarsi come un ossessivo compulsivo. Mani poste in luoghi precisi mentre si cammina nella neve, orari ben definiti, il grattare familiare degli husky. Ma se qualcosa cambia? Se ci fossero cose che in quell’immobilità assoluta sembrano prendere vita? 

Alla fine mi sono divorata questo romanzo in praticamente ventiquattrore.
E qualche pecca c’è. Il diario di Jack alcune volte suona artefatto. Nessuno scriverebbe davvero cose simili, e non parlo del delirio, ma dei passaggi in cui ancora è lucido. 

Ma la pecca peggiore è che non c’è un vero e proprio climax, cosa che in una storia del genere deve esserci. Questa mancanza accompagna un finale un po’ scorretto infatti. Non doveva finire proprio così. 

Ve lo consiglio comunque. È un buon libro, ricco di suspense, di paesaggi descritti con una semplicità disarmante ma capace di affascinare comunque. 

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