Talking about | antidoti.

Cercherò di farla breve ok? Stanotte alle quattro finivo ” Il Cardellino”, dopo mesi di procrastinazione all’acquisto mi è arrivato per il mio compleanno, e, dopo averlo letto, posso dire che ha avuto un tempismo eccellente. 
Questa recensione sarà molto di pancia, molto sincera, molto vaga e insensata. Non credo che sarebbe stato possibile fare altrimenti, questo romanzo si assimila e si conserva dentro senza alcuna riserva.


Ormai è passato un anno e lo saprete, la storia è quella di Theo Decker, ragazzino newyorkese che vive con sua madre, la quale muore in un attentato terroristico in un museo. Da lì Theo ne esce sano e salvo, ma ormai danneggiato, con un peso sulla schiena che si farà sempre più massiccio e in mano un quadro, che ha rubato. “Il Cardellino” di Fabritius appunto.
Prendo fiato e vi dico: fa malissimo. Io di Donna Tartt avevo già letto “Dio di illusioni”, che ho amato alla follia. La bellezza malata, la crudeltà dietro il fascino, la perdita di sé, è stata una lettura meravigliosa, che continuo a consigliare ogni volta che qualcuno mi chiede “un libro che non riesca a smettere di leggere”. Ecco, l’unico difetto che ho trovato in questo romanzo è stata l’efficacia narrativa. In certi punti Donna Tartt sembra non farcela, cosa che non mi sarei aspettata, e sì, effettivamente l’occhio si stanca, la mente, seppur leggermente, si annoia. Ma rispetto al precedente romanzo qui le parole non solo sono incastrate perfettamente, non solo costruiscono un intreccio di portata ben più grande, ma riescono a dipingere senza fallare una vita intera in pratica, quasi un romanzo d’appendice, un percorso che non ha una piega. Ma sopratutto ogni parola ha un peso, una carica, un significato maestoso. Ogni parola detta, ogni virgola vi si incideranno nel cranio, vi faranno abbastanza bene, o male, al cuore.
Il libro si divide in cinque parti e ognuna aggiunge e al contempo toglie qualcosa nel percorso di Theo, mantendo comunque due costanti: l’ossessione di Theo per il quadro, che si farà comunque sempre più pronunciata, sempre più diventerà motivo di dolore, e la sofferenza stessa, quel peso insopportabile che caratterizzerà ogni sua scelta. 
Ah, ecco. Io ho letto in giro, in parecchie recensioni che “Theo è insopportabile. Un protagonista che non si tollera.” Ora, io potrei sbagliarmi tantissimo (lo faccio spesso) ma per trovare Theo insopportabile forse non avete vissuto abbastanza a contatto con la solitudine. E non parlo di cose “facili.” Pochi amici, parenti che ogni tanto si arrabbiano, piccole delusioni. No, parlo della solitudine vera. Quella che ti toglie il fiato, che, come Theo ti costringe a fare o non fare cose. Perché a questo punto sono insopportabile anche io.Ok, Theo ha dei momenti in cui è odioso, alcuni atti di ingratitudine seria, ma è danneggiato. Non è una persona completa. Non che per questo sia giustificabile, non ha scuse per molti suoi comportamenti, ma se non si capisce questo, che Theo, con le sue ossessioni, i suoi vizi, la sue scelte sbagliate è guasto, va oltre l’imperfezione “normale”, questo è il punto centrale del romanzo, è il motore che lo spinge ad andare avanti.

“Il Cardellino” è una storia di solitudine e bellezza, il dolore di Theo, con i suoi attimi di luce, il suo andare avanti spinto da cosa in fondo? Dal non superamento di una perdita? Dalla voglia di conquista? Insomma, come si può dire che è antipatico? Non ce la faccio. È uno dei personaggi letterari più simili a una persona in carne e ossa, un umano tangibile, che io abbia mai letto. 
E ciò che gira intorno alla sua persona è ancora più vivido. Il clima di Las Vegas, l’antiquariato polveroso, il quadro onnipresente. E gli altri personaggi. Pippa, diafana, la cui presenza è quasi mistica a momenti, Hobie, ma, sopratutto Boris. Ecco, qui sono più che sicura nell’affermare che la parte relativa a Las Vegas e l’amicizia con Boris sia una delle cose più belle, ma belle davvero che siano state scritte sull’amicizia. Mollate quelle cose preconfezionate, pretestuose che state leggendo e date un’occhiata. Ma c’è altro.
Così come in “Dio di illusioni” non manca quell’analisi spietata delle bellezza corrotta, della ricchezza non solo vuota, ma crudele, malata, folle. Famiglie agiate ma immerse nel dolore, cose preziose che in realtà sono solo oggetti di poco conto. Ma stavolta la Tartt passa a un livello successivo, entrando dentro gli oggetti, dentro la brama, dentro al desiderio.
La bellezza, nell’arte, ma nelle cose belle in generale “È un sospiro segreto in un vicolo”.

Donna Tartt nelle ultime cento pagine ci offre parole che vanno prese, messe in un posto sicuro e di tanto in tanto spolverate, ma mai dimenticate. Sono cento pagine che distruggono ogni cosa, ma offrono anche una specie di catarsi. Sono un antidoto alla solitudine.

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